Valerio Volpini, Il rosario di mio padre

in Agorà

Valerio Volpini, Il rosario di mio padre

Sino a qualche mese fa mio padre e mia madre (che vivevano soli) recitavano il rosario non appena si faceva notte; alla maniera antica di contadini, per cui d’inverno la preghiera cadeva prima di cena ed in estate dopo.
Ora che mio padre è restato solo, ed è venuto ad abitare con me, continua da solo. Lo recita talvolta a voce non del tutto sommessa così che io lo sento dalla stanza dove lavoro.
Data l’età, mio padre non è molto lucido e poiché si è abituato a condurre lui il rosario e lasciare una parte della Avemaria alla risposta della povera mamma arriva sino a “…e benedetto sia il frutto del seno tuo Gesù”. Poi fa una pausa e riprende: “Ave Maria…”.
Mancando di delicatezza ho voluto farglielo notare, ma solo dopo che lui ha fatto finta di non capire ho compreso quanto sono stato inopportuno e di poca fede. Perché lui recitando solo la prima parte dell’Avemaria lascia alla sposa il tempo per recitare la sua, lassù, nel luogo accanto al Padre comune dove è giunta. Quella che mi era sembrata un’anomalia ora la colgo – da povero credente – come una umilissima e bella lezione sulla comunione dei Santi.
Novembre 1987. (“Tanto per dire” 1998)