Non si può pretendere ciò che ancora si auspica o appena si intravvede

 

Josef Koudelka De-creazione 

 

Urbino. La presenza della Santa Sede alla Biennale d'Arte in corso a Venezia rappresenta l'assoluta novità della 55ª edizione. I media ne hanno dato eco quando il Vaticano aveva fatto richiesta di partecipare tramite il cardinale Gianfranco Ravasi. Un avvenimento comunque di rilievo, non solo perché la chiesa è stato il più grande committente dell'occidente dai tempi di Costantino, ma ancor più se si tiene conto di quel divorzio sancito nell'ottocento tra arte contemporanea e fede che ha contribuito a rendere l'arte cristiana un settore del tutto marginale.

 

Al Museo Correr, per l'edizione del 2003 della Biennale, veniva riportata la rassegna stampa di quasi cinquant'anni prima che riproduceva il titolo della Gazzetta del Mezzogiorno del 20‑6-1964: «Al pittore americano Rauschenberg e allo scultore svizzero Kemeny i premi per gli stranieri...  Proibita dalla Curia di Venezia la visita della mostra ai religiosi e sacerdoti».


Eppure Paolo VI appena un mese prima (il 7 maggio) aveva proferito il suo famoso discorso rivolto agli artisti, quasi un manifesto culturale con il quale venivano superati atteggiamenti apologetici e di chiusura, per definire un nuovo quadro di rapporti in cui si riconosceva all'arte stessa, per la sua capacità di rendere visibile l'invisibile, un ruolo profetico necessario alla Chiesa. I cinquant'anni da quel discorso, che si celebreranno il prossimo anno, non sono passati invano. La storia, si sa, è lenta e in molti casi non si misura neanche in secoli. Questa prima presenza a Venezia è comunque segno di un rinnovato interesse della Chiesa che rivolge un invito alla cultura contemporanea ma, ed è questo il punto della novità, è risposta alla crescente esigenza di molti che guardano all'arte sacra seppur in modo occasionale e sommesso. Certamente è l'inizio della rottura del muro di ostracismo dei molti che si trascinano arcaici pregiudizi, ma detengono un esteso potere sui circuiti qualificati dell'arte.


La partecipazione della Santa Sede, affidata alla cura di Antonio Paolucci, rappresenta dunque un passo che speriamo decisivo verso la fine di un lunghissimo isolamento e l'inizio di un confronto a livello internazionale e di alto profilo.

 

Il tema scelto come declinazione del titolo dell'intera manifestazione, Il palazzo enciclopedico, è In Principio, suggerito dal racconto biblico della Genesi e ripartito in tre sottotemi: La Creazione per un video interattivo di Studio Azzurro di Milano, la De-creazione per la fotografia del ceco Josef Koudelka e la Ri-creazione per i pannelli dell'americano Lawrence Carroll.

 

 

Lawrence Carroll  Ri-creazione

 

 

 

 

Studio Azzurro Creazione

 

La scelta di uno studio di produzione piuttosto che di un artista e degli stessi Koudelka e Carroll fa risaltare il criterio di fondo: un tema, come quello della creazione, facile da recepire e autori in funzione didascalica ad esso. È possibile rintracciare anche un'altra intenzione: dare indicazione alla chiesa stessa del superamento di certa rigidità tradizionale riguardo i mezzi espressivi.


L'operazione può non aver soddisfatto, come da più parti è stato rilevato, ma va ricordato comunque il vuoto secolare che sta dietro questo primo difficile passo. Né deve sfuggire che esso costituisce, seppur necessario e atteso, un intervento operato dall'alto e non ancora il recepimento di ciò che avviene all'interno del mondo dell'arte sacra. Del resto non si può pretendere ciò che ancora si auspica o appena si intravvede. (Francesco Maria Acquabona)

 

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