Carlo Bo e Mario Luzi
Carlo Bo e Mario Luzi nella Sala del Trono del Palazzo Ducale di Urbino in occasione dei festeggiamenti dei 50 anni di Rettorato, nel 2007. Foto di Paolo Bianchi.

2. Centenario di Mario Luzi 1914 – 2014

in Centenario di Mario Luzi 1914 - 2014

Fanocittà | Centenario di Mario Luzi 1914 – 2014

2. UN RITRATTO DI MARIO LUZI (Prima parte)

di Carlo Bo

 

Carlo Bo e Mario Luzi

 

Mi spetta il compito di fare un ritratto, un disegnino di Mario Luzi giovane, giovanissimo, quale l’ho conosciuto nei corridoi della Facoltà di Lettere di Firenze, in Piazza San Marco, nell’edificio immortalato da Emilio Cecchi in una pagina famosa dei “Pesci rossi”, quella Facoltà di Lettere che era collocata nelle vecchie stalle del Granduca di Firenze. Ma fare il ritratto di Luzi fra il 1930 e il 1940 significa anche fare il ritratto di una città che ha avuto proprio prima della seconda guerra mondiale, lo stesso peso e la stessa importanza che aveva avuto prima della guerra del ’15-’18.

 

 

Luzi anni Trenta e Quaranta

 

Ormai siamo così avanzati nel secolo che si possono privilegiare questi due momenti di Firenze come capitale della cultura: la Firenze dell’avanguardia, di Papini, di Prezzolini, della “Voce”, di “Lacerba” e prima ancora dei “Leonardo” e la Firenze degli anni ’30 e ’40, gli anni delle riviste “Frontespizio”, “Solaria” e poi “Letteratura”. C’era una sorta di continuità fra questi due momenti e tale continuità era data dal fatto che la letteratura aveva mantenuto gli stessi caratteri, possiamo dire artigianali, familiari che aveva avuto all’inizio del secolo. Oggi è molto difficile far capire a un giovane in che modo si fosse scrittori allora, in che modo uno scrittore potesse vivere, quali fossero i canali dell’informazione letteraria. Erano canali dovuto soprattutto alla frequentazione fra amici ai caffè, principalmente al caffè delle Giubbe Rosse, e poi a delle pubblicazioni saltuarie, nelle piccole riviste e qualche volta, per i più fortunati, nei giornali.

 

 

Alle Giubbe Rosse

 

Il vostro Montale, il nostro Montale, ha passato tutti gli anni della sua vita fino al 1940 sognando appunto di avere una collaborazione con un giornale importante, cosa che non ha mai avuto, o di riuscire a scrivere su un giornale, magari dell’America Latina, dove potesse, secondo l’esempio di Sainte-Beuve, esprimersi nella maniera più libera, meno legata, meno condizionata a quelle che erano le amicizie all’interno dei piccoli centri di potere che anche allora esistevano.
La vita sim svolgeva nei caffè, qualche volta nelle case editrici, come per esempio Vallecchi al tempo di “Frontespizio”; queste riviste erano frutto di contributi di amici (“Solaria è sempre stata sostenuta e pagata dai suoi direttori e collaboratori, e per un primo tempo anche il “Frontespizio”).

La parte più giovane, quelli che frequentavano allora la Facoltà di Lettere non erano ancora ammessi, o non erano stati introdotti, alle Giubbe Rosse e avevano eletto come punto d’incontro un caffè che si trova nella stessa piazza dell’Università, Piazza San Marco, caffè che esiste ancora oggi e dove noi passavamo gran parte delle giornate, non frequentando l’università, eravamo cattivi scolari.

 

 

Nei corridoi della facoltà di Lettere

 

E la Facoltà di Lettere era ancora una facoltà secondo uno schema carducciano, vale a dire l’80% erano donne, il 15% erano preti e c’era un 5% di gente chiamata alla letteratura che però non faceva mestiere di questa carriera. E appunto nel corridoio di questa facoltà ho avuto il privilegio di conoscere uomini come Renato Poggioli, uno dei grandi iniziatori della letteratura russa in Italia, allora rappresentata soltanto da Ettore Lo Gatto, scomparso pochi giorni fa. Ho avuto la fortuna di conoscere Tommaso Landolfi, che era già a quei tempi un bel tenebroso, un personaggio misterioso, che appariva ogni tanto e poi scompariva per lunghi periodi. E poi un altro traduttore principe, Leone Traverso. Era tra i più giovani – allora bastavano pochi anni per separare dei gruppi di amici, per costituire delle generazioni – tra i più giovani appunto c’erano Mario Luzi, Piero Bigongiari, Alessandro Parronchi, e pochi altri che si sono persi per la strada.
Luzi viveva in un paese vicino a Firenze, Castello, dove credo abbia passato il tempo degli studi liceali e poi di quelli universitari. Capitava tutti i giorni a Firenze, all’Università, perché era un bravo studente che studiava anche il latino e il greco. Questa facoltà aveva dei grandi maestri come Giorgio Pasquali e il nostro comune maestro che era Luigi Foscolo Benedetto. L’Università aveva un regime particolare, non c’era rapporto tra studenti e professori, e soltanto al momento di chiudere gli studi, cioè al momento della tesi, ognuno si orientava secondo i propri gusti e secondo le proprie tendenze. Quindi un gruppo piuttosto folto seguiva i classicisti, che erano Pasquali e Ettore Bignone, Un altro gruppo seguiva italianistica che allora era tenuta da Guido Mazzoni, personaggio famoso nella Firenze di quel tempo, conosciuto più per una famosa stroncatura di Papini che non per i suoi studi, perché Mazzoni era un ottimo erudito. Venne poi sostituito, pochi anni dopo, da Attilio Momigliano. Luzi invece seguiva, come avevo fatto io, e come aveva fatto prima di me Giansiro Ferrata, lo studio della letteratura francese e il frutto di questi anni di francesistica, i primi frutti sono stati appunto un libretto che era la sua tesi di laurea su Mauriac, “L’opium chrétien”.

Poi Luzi col tempo, come sapete, ha proseguito su questa strada e ci ha dato degli ottimi contributi su Mallarmé, sulla letteratura napoleonica, e finalmente, con molto ritardo, come era nell’uso dell’Università di un tempo, i suoi meriti sono stati riconosciuti, ed è anche lui diventato professore.

 

 

Com’era Luzi da giovane?

 

Com’era Luzi da giovane? Era un giovane estremamente riservato, timido fino al limite di arrossire quando gli si parlava e così diverso da altri amici più irruenti come Poggioli, più tempestosi come Leone Traverso; era più contenuto, ma di una solitudine diversa da quella di Landolfi, che rappresentava appunto l’ala estrema di questa letteratura pura. E tutti e due abbiamo partecipato a quello che è stato chiamato più o meno propriamente il movimento ermetico, lui da poeta e io da critico. E il suo primo libro del 1935, “La barca”, ha immediatamente colpito l’attenzione e la curiosità di quelli che erano allora i pochi spettatori delle vicende poetiche italiane, della letteratura italiana in genere, cosa molto diversa da quello che succede oggi, ad esempio, qui a Genova città dove anch’io ho studiato, dove ho fatto il ginnasio e il liceo, dove la professione e il mestiere del letterato è sempre stato considerato qualche cosa ai margini della vita civile.

 

I poeti a Genova

Ricordo di aver visto da ragazzo sulle panchine di Piazza Corvetto un uomo che sembrava un barbone e che poi era un grande poeta, forse il primo dei grandi poeti liguri, voglio dire Ceccardo Roccatagliata Ceccardi; e poi studiando all’Arecco ho avuto la fortuna di conoscere Sbarbaro, altro campione di riservatezza, di chiusura apparente e invece di profondo sentimento interiore.

E infine Montale che è rimasto qui fino al ’27 e che non riuscendo a trovare una sistemazione, una collocazione, dovette emigrare a Firenze dove aveva trovato un posto di lavoro in una vecchia casa editrice. Ma quella situazione di Genova, che poteva essere più accesa, più riconoscibile immediatamente, aveva però delle analogie con quello che succedeva altrove, anche a Milano, perché era sede di grandi case editrici, o Roma, perché era la capitale, potevano essere più interessanti.

(1983, 1-continua, in “Scritti su Mario Luzi”, Edizioni San Marco dei Giustiniani, Genova 2004, sottotitoli red.)

Carlo Bo