IL MATTONE DELLA SETTIMANA di Libero Uomo

Il lavoro che non c’è

 il lavoro non ce

 

La mancanza di lavoro è uno dai temi più discussi negli ultimi tempi.


Ormai il problema stà assumendo proporzioni drammatiche ed unisce operai, impiegati ed imprenditori.
A gran voce si chiede lavoro, lavoro ed ancora lavoro.


Cosa stà accadendo? Perché il lavoro stà diventando un sogno?


Certo i motivi sono tanti e complessi, si potrebbe parlare di mille aspetti e concause che contribuiscono a questa drammatica crisi ma semplificando tutto si può ricondurre il problema ad un punto eesenziale.


Il lavoro, bisogna ricordare, è creato dalle imprese siano esse piccole, medie e grandi.
Il nucleo, la cellula madre del lavoro, sia autonomo che dipendente è l'impresa e l'impresa ha senso se produce ricchezza.
Essa crea posti di lavoro, in proporzione all'utilità che da esso ne ricava.


Voglio dire se un'impresa va bene tenderà ad assumere, mentre se va male tenderà a licenziare.
Partendo dal presupposto che ogni azienda tende a migliorare ed aumentare il proprio profitto è chiaro che naturalmente più un'azienda guadagna, più tendenzialmente crea lavoro.


E lo stato? Esiste anche il lavoro pubblico qualcuno potrebbe obiettare!


Certo è vero che esistono posti di lavoro statali, ma è anche vero che lo stato in realtà, paga questi lavoratori con i soldi che preleva dalle tasse e quindi non crea nessuna ricchezza aggiuntiva ed anzi anche questo tipo di impiego si alimenta con la ricchezza generata dalle imprese.


Ora cosa sta succedendo in Italia?


Sta semplicemente accadendo che fare impresa non conviene più.
Il complesso delle norme fiscali, amministrative, burocratiche e previdenziali, cioè le regole del gioco, sono incompatibili col fare impresa.


Questo comporta che le aziende ancora sane tendano a cercare posti migliori in cui produrre, mentre quelle già in difficoltà chiudano senza possibilità di salvezza.


Esiste poi una terza categoria di aziende (cosa ancor peggiore) che pur avendo una certa quantità di lavoro che sarebbe sufficiente a sopravvivere, a causa degli insostenibili costi imposti dal sistema decide spontaneamente di abbandonare la corsa prima di indebitarsi in maniera incontrollata.


Cioè meglio chiudere e non rischiare oggi, che fallire quasi certamente domani, fiaccati e sfibrati dalle impossibili condizioni a cui sono sottoposte.


Tutto ciò, è facile capirlo, comporta una perdita di posti di lavoro dipendente elevata alla ennesima potenza, e quindi un aumento dei costi per gli ammortizzatori sociali ormai giunti agli sgoccioli.


A questo punto , mancando le imprese che pagano tasse, anche lo stato si vedrà costretto a ridurre i costi e quindi a tagliare posti di lavoro.......


Se lavorare non conviene più non ci si può lamentare che poi manchi il lavoro.

 

Libero Uomo

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