Il secondo incontro con Romano Penna

di Gastone Mosci

Urbino, Monastero delle Clarisse. Venerdì 26 aprile 2013. In un contesto cordiale, di viva attenzione, il prof. Romano Penna, docente a Urbino di Ermeneutiche cristologiche nel Nuovo Testamento, e fra gli studiosi più autorevoli interessati alle dimensioni giudaiche ed ellenistiche delle origini cristiane, autore del recente volume, "La fede cristiana alle sue origini" (San Paolo 2013), ha affrontato il tema della fede cristiana da una prospettiva nuova. Ha fatto proprio l'invito di Agostino d'Ippona: "Se la fede non è pensata è come se non ci fosse". Penna ha impostato il problema da un punto di vista storico e poi esegetico: la fede cristiana è credere nell'umanità di Dio, conciliare divinità e umanità, ma riconoscendo innanzitutto Gesù di Nazaret come uomo. Sulla linea di pensatori francesi contemporanei come Jean-Luc Marion e Marcel Clavel, uno scienziato e un filosofo, Penna rileva che prima di tutto viene la fede perché c'è un mondo "altro" da cogliere al di là dei fenomeni visibili; "La fede – dice Clavel – è un buco nero, ma come quello della pupilla dell'occhio". C'è una prossimità che tocca le creature, che è una questione vitale ed una consapevolezza storica: all'inizio del cristianesimo c'è la fede del popolo d'Israele. Dice Penna: non si può fare a meno della storia, Dio si sporca le mani, Dio si rivela nella storia. E' il Dio di Israele il fondamento del cristianesimo. Certamente la parola è il segno del nuovo Vangelo – scrive il poeta anconetano Plinio Acquabona – il quale è il santo e il Signore. La nuova lettura della fede giunge con il Concilio Vaticano II e la costituzione Dei Verbum: nel 1962, fu uno slancio inedito nella Chiesa, nella riflessione dei padri conciliari, come ha spiegato il teologo Angelo Maffeis nel seminario sul Concilio al Circolo Acli-Centro Universitario sabato 27. Gli approfondimenti dell'esegeta e del teologo si sono ritrovati vicini. Penna approfondisce sempre più la realtà e il mistero di Gesù: a Nazaret si presenta un uomo di nome Gesù che esprime una fede come affidamento, come autoconsegna, una costruzione che approfondisce l'essere ebreo ovvero osservante, credente, che ha una identità nuova, itinerante, rivolta ai poveri ed ai peccatori nell'espressione della comunità. E' la fede di Gesù di Nazaret. A questo segue il passaggio alla fede pre-pasquale dei discepoli e poi la fede post-pasquale e infine la fede della Chiesa. Sottolineo un aspetto finale urbinate legato alla letteratura, alla intensità di lettura e di partecipazione per l'immagine del "pellegrino dell'Assoluto", tanto cara ad autori come Léon Bloy, Jacques Maritain, Carlo Bo, David Maria Turoldo, Italo Mancini, Valerio Volpini, il teologo Vannucci. Un luogo come itinerario/pellegrinaggio, la fede come ricerca insonne, la fede di Pascal, direbbe ancora Penna.

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