Le mani di mio padre

Con la vecchiaia le mani di mio padre si sono ingentilite e mi pare di non riconoscerle più. Quelle mani sono state spesso lo specchio di certi miei rimorsi perché erano il segno di quanto fosse dura la sua giornata. Lavorava "con i muratori", era "mezza cucchiaia", ma d'inverno l'edilizia rallentava o si fermava del tutto e lui restava disoccupato. Proprio d'inverno. Allora s'ingegnava e andava a cavare il "sabbione" sul bagnasciuga, verso il tiro-a-bersaglio dopo la Sassonia, per venderlo poi ai carrettieri.
Non sempre i mucchi che riusciva a tirar fuori e setacciare riusciva a smaltirli e c'era il rischio che all'indomani il mare se li fosse ripresi.
Un lavoro crudele perché c'era da stare sempre al freddo, al vento e sempre sul bagnato. Ogni palata di materiale, grondante d'acqua salata, doveva essere passata nel retino. Tornava a casa fradicio, gelato, le mani tumefatte e piagate nel palmo, con ferite nelle quali era entrata, bruciando, la rena salmastra. Appena a casa a mezzogiorno le immergeva in un catino d'acqua quasi bollente. Poi finiva la minestra e via ancora verso la Sassonia e cavare di nuovo finché c'era luce.
Emilio Antonioni li ha dipinti più volte questi renaioli; li ha posti nell'umile iconografia della città. Gliene sono molto grato.

 

(Anche mio padre era un operaio, un operaio delle Ferrovie dello Stato addetto alla manutenzione degli impianti elettrici. Spesso, specie in inverno, veniva chiamato nel cuore della notte e in piena tormenta per riparare i cavi che corrono sopra i binari. Salivano su scale malferme e non era infrequente la disgrazia di qualcuno che rimaneva fulminato e cadeva rovinosamente a terra. Un duro lavoro. Fatto con grande generosità per sfamare la propria famiglia e, magari, per far studiare i propri figli. Le pagine di Volpini sui suoi genitori (ricordiamo il poetico racconto del rosario del padre dopo la morte della madre) sono di una bellezza struggente. E ci fanno riflettere. E.U.)

 

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