Valerio Volpini, CULTURA E POLITICA

 

E’ una antica questione, una questione specificamente italiana: l’intellettuale ha fatto sempre parte per se stesso, “corporazione” aristocratica, e il “principe” non ha trovato di meglio che servirsene a piacimento come “instrumentum regni”.

(La prudente ipocrisia, 1973)

 

Dirò che parlo non soltanto con irritazione ma anche con rabbia cui non è estranea una notevole percentuale di frustrazione…perché sono convinto che un fattore della crisi delle istituzioni democratiche dipende anche dalla profonda frattura fra classe politica e intellettuali.

(La prudente ipocrisia, 1973)

 

L’incertezza politica, il dilagare dell’utopia sino allo snobismo di salotto, il disprezzo degli strumenti politici e del sistema democratico (ove la coincidenza degli estremisti è sintomatica) il dilagare della violenza persino come fatto emozionale della borghesia, il gioco della dissacrazione sistematica nei livelli del costume, sono “anche” gli effetti dell’emarginazione degli intellettuali dalla gestione della democrazia.

(La prudente ipocrisia, 1973)

 

I politici hanno la convinzione che della cultura si può fare anche meno; è solo un di più della rappresentanza. La storia del “principe” o dell’ ”umanista” insomma.

(La prudente ipocrisia, 1973)

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