ValerioVolpini1943
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2. POST FESTIVAL DIGITALE “VALERIO VOLPINI E LA RESISTENZA” 4 gennaio 2014

in Festival Digitale Valerio Volpini e la Resistenza - Fanocittà

2. POST FESTIVAL DIGITALE “VALERIO VOLPINI E LA RESISTENZA” 3 gennaio 2014

Appendice Festival Digitale “Valerio Volpini e la Resistenza” – 4 gennaio 2014

Il Popolo 1955 

La redazione raccoglie le testimonianze legate al contesto Valerio Volpini per il periodo della seconda guerra mondiale e postbellico per approfondire quel cammino di libertà e giustizia, di civiltà e democrazia, sostenuto dalla Resistenza.
Nel sommario di oggi venerdì 3 gennaio 2014: 1. La nostra giovinezza di Valerio Volpini un articolo pubblicato per il decennale del ricordo della Resistenza ne “Il
Popolo” del 24 aprile 1955, e per l’attualità contro i conformismi alla denigrazione ed al negazionismo corrente. 2. I martiri cattolici nella Resistenza di Angelo Paoluzi, l’impegno di migliaia di laici cattolici spesso dimenticati della Resistenza, un intervento che si lega al precedente di venerdì scorso. 3. Valerio Volpini in dialogo con Carlo Bo di Gastone Mosci. Si tratta dell’intervento ampliato di Mosci per gli Atti del Convegno del Centenario “Valerio Volpini, letteratura e società”, le idee di due grandi testimoni e scrittori negli anni quaranta/sessanta.

 

1.
LA NOSTRA GIOVINEZZA

di Valerio Volpini

 

Certi avvenimenti in una comunità o nei popoli restano per il loro valore d’esperienza sociale e spirituale alle radici delle generazioni, incidono nella storia delle persone che in un modo o nell’altro sono stati i protagonisti; lasciano un segno nella coscienza come una ferita la cicatrice, ed è un segno che si porta nel tempo anche nel suo valore di sentimento mentre nel suo significato umano è passato alla storia, cioè nella cultura per la civiltà ed il progresso futuro.
E’ dunque per un duplice motivo che siamo legati alla Resistenza: per averne fatto parte e perché, indipendentemente da questa ragione, oggi sappiamo l’estremo valore che ha avuto la lotta contro i fascismi, non appena come episodio di valore civile ma come decisiva vittoria dello spirito di una civiltà contro una mostruosa prepotenza.
Solo i perversi o gli imbecilli, con il callo degli stivali, possono pensare senza inorridire a ciò che avrebbe potuto significare per il nostro Paese e per l’Europa la vittoria di coloro che freddamente potevano pensare allo sterminio di milioni di persone, ad una “soluzione finale” che avrebbe bruciato popoli interi; alla vittoria insomma di coloro che avevano già compiuto uno sterminio che per sempre nel futuro farà vedere il nostro tempo macchiato da una folta barbarie degradante l’uomo alla bestia.

 

La Resistenza è stata il nostro “umanesimo”

La Resistenza è stata per la nostra generazione – e con questo ci riferiamo a tutti gli uomini, a coloro che hanno vissuto la lotta al termine della vita, nella speranza del futuro per gli altri, e ai giovanissimi che combattono prima di tutto per il proprio futuro – il momento culminante di una meditazione per la conquista di una umanità completa e non travisata, lo strumento per sentirci “persona”, aperti ed impegnati nella costruzione della libertà intesa nelle forme più concrete di amore e di giustizia, di pace e dignità. E’ stata la nostra giovinezza, il nostro “umanesimo”, non secondo quella misura stolta e rozza che alla giovinezza attribuiva il fascismo, ma per la misura di coscienza e grandezza umana che da quella partecipazione sentivamo nascere. Non era un falso eroismo – quello della bravura nella violenza – ma la umile decisione che non si poteva fare altrimenti e che per tutti restava quella via per non finire; era l’eroismo di coloro che tenevano fede all’avvertimento evangelico del primato dello spirito, l’eroismo di coloro che difendevano, un eroismo di pace e non di conquista.

 

Lettere dei condannati a morte della Resistenza

Mi tornano le parole di due giovanissimi riportate in quella nobilissima testimonianza delle “Lettere dei condannati a morte” che dovrebbe essere un breviario per la nostra condotta sociale: scrive lo studente sedicenne Henry Fertet, “Voglio una Francia libera e dei Francesi felici. Non una Francia orgogliosa e prima nazione del mondo, ma una Francia lavoratrice, laboriosa e onesta”; e lo studente italiano diciannovenne Giacomo Ulivi, “Ricordate, siete uomini, avete il dovere, se il vostro istinto non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi, di badare a quelli dei vostri figli, dei vostri cari. Avete mai pensato che nei prossimi mesi si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi?”.

 

Con la Resistenza siamo diventati giovani

Con la Resistenza siamo diventati giovani, siamo diventati uomini perché al di sopra ed oltre il dolore della lotta noi decidevamo della speranza, cioè della possibilità di compiere l’opera nostra, secondo una vocazione, secondo la verità semplice e dimessa che la vita ci offre e non secondo una menzogna mortificante. Non c’è quindi un ricordo romantico di un’avventura tumultuosa da appendere nella nostra memoria (come nella parete più in vista della nostra casa uno di quei diplomi di combattente distribuiti quasi a forfait dai generali alleati) ma la responsabilità di una scelta che si è compiuta e che noi realizziamo continuamente nella misura appunto in cui restiamo fedeli alla nostra giovinezza, cioè alla realizzazione di quanto è vero e buono nel mondo nel quale siamo chiamati a vivere.

 

La Resistenza è carità sociale

In fondo, per questo, la Resistenza diventa anche un simbolo di adesione quotidiana alla carità sociale e di opposizione contro tutti gli immobilismi, le convenienze, le paure. Pensiamo che una responsabilità non si attacca ad un chiodo come un diploma da rispolverare appena per le pulizie della primavera.

Valerio Volpini

 

2.
I MARTIRI CATTOLICI NELLA RESISTENZA (2)

di Angelo Paoluzi

Non tanto la “partecipazione alla Resistenza” da parte dei cattolici quanto il “modo cattolico” di quella partecipazione. Lo storico Alberto Canavero avanza una distinzione che, a settant’anni dall’inizio – 8 settembre 1943 – della rivolta degli italiani contro l’oppressione nazista, giustifica l’adesione dei credenti, nelle varie maniere possibili, alla lotta per la libertà. Il “modo cattolico” non è stato forse ancora debitamente esplorato, lasciando qualche incertezza storiografica e alcune responsabilità nella “comunione della dimenticanza” denunciata, per l’insieme della Resistenza, da un altro storico, Sergio Luzzatto.

 

Il “modo cattolico” della Resistenza

Se restiamo ai fatti, Giorgio Bocca (al quale non si possono certamente attribuire indulgenze per la Chiesa) ammette: “Senza l’aiuto del clero tre quarti della pianura padana sarebbero rimasti chiusi e difficilmente accessibili alla ribellione”. Si può quindi dedurre la sostanza del sostegno offerto dalla gente ai “soldati dell’ombra”, anche in quella società rurale considerata più tradizionalmente religiosa, socialmente conservatrice e meno sensibile a diritti e valori di libertà. Senza di essa la guerra clandestina non sarebbe stata possibile.

 

La silenziosa guerra clandestina

Del resto un noto comandante partigiano, Ermanno Gorreri, sottolineava come la presenza dei “bianchi” fosse servita a controllare e smussare tensioni alimentate presso i contadini da atteggiamenti intemperanti dei “rossi”.
Sarà quindi anche necessario rivedere, prima o poi, certi schemi di attribuzioni partecipative: al preteso monopolio, o quanto meno alla preponderanza, delle sinistre andrà tolta qualche percentuale, da aggiungersi a quelle altrui, per costatare che, al 25 aprile 1945, si trattava, per le formazioni cristiane, di 65-80mila combattenti sugli effettivi 180-200mila, peraltro non tutti comunisti.

 

Il retroterra dei combattenti cristiani

Con in più il retroterra di chi, pur non volendo imbracciare le armi, forniva l’assistenza materiale e sanitaria, i collegamenti, il supporto informativo. Una attività sottotraccia che esasperava il nemico, inducendolo a inumane rappresaglie contro vecchi, donne e bambini e che non giustifica il nome di “guerra civile”: era una rivolta contro l’invasore, al cui servizio si erano posti i fascisti repubblichini.

 

La rivolta contro l’invasore nazista

Una Resistenza, la definisce lo storico Agostino Giovagnoli, come forza di lungo periodo, e alla quale concorse gran parte della comunità nazionale.
In Italia dai partigiani è stato fermato il corrispettivo di dieci divisioni tedesche e la totalità dei militari fascisti, impedendo loro di combattere su altri fronti. I cattolici hanno pagato, sul campo, un pesante contributo di sangue con 2000 morti, oltre 2500 feriti gravi e altre perdite fra i civili. Di quei caduti ben 1177 risultano iscritti all’Azione Cattolica e alla GIAC; sono state attribuite loro 37 medaglie d’oro al valore militare e civile (29 alla memoria), 87 d’argento, 54 di bronzo, oltre a centinaio di croci di guerra.

 

La Libera Repubblica dell’Ossola

Le prime medaglie d’oro della guerra di liberazione sono quelle di Giancarlo Puecher Passavalli, ventenne studente milanese membro dell’AC, fucilato nel dicembre 1943, e di un militare, anch’egli di AC, il tenente Giuseppe Cederle, caduto lo stesso mese nella battaglia di Mignano di Montelungo combattendo a fianco degli Alleati con il nuovo esercito italiano, il CIL. Anche altri nomi nell’elenco dei decorati sono riconducibili a una militanza nell’ AC, dai fratelli Alfredo e Antonio Di Dio, fondatori dell’ effimera e gloriosa Libera Repubblica dell’Ossola, caduti insieme con Filippo Beltrami, a Renato Vuillermin, Ignazio Vian, Galileo Vercesi, Carlo Bianchi, già presidente della Fuci a Milano, morto in un Lager.

 

Il contributo di speranza al futuro

Accanto a loro una fioritura di beati, già riconosciuti come tali o i cui casi sono in corso di esame da parte della Chiesa, e che confermano, in quella lotta, il contributo di speranza offerto dai fedeli al futuro del Paese. Nei modi propri a ognuno per opporsi alla violenza. Molte figure sono note, come Salvo D’Acquisto, Teresio Olivelli, Giovanni Palatucci ed Eduardo Focherini (gli ultimi due proclamati anche “giusti fra le nazioni”); a esse si aggiungono, all’esame delle virtù eroiche, Gino Pistori, Giorgio Catti, Flavio e Gedeone Corrà, l’altoatesino Joseph Mayr Nusser, obiettore di coscienza per motivi religiosi.

 

Un elenco di martiri per la libertà e la giustizia

Non si tratta, comunque, di rivendicare la propria porzione di legittimità in quel processo che portò alla restaurazione della democrazia, quanto di condividere un patrimonio di memorie che univa – come scrisse Paul Eluard in una poesia clandestina – “quello che credeva al cielo / a colui che non vi credeva” – nello sforzo comune per costruire una società nella quale non dominasse la violenza e l’arbitrio. Nessuno può negare che la Chiesa, in qualche modo “cerniera della storia”, abbia contribuito attraverso i suoi figli a forgiare il futuro e anche a impostare una cultura della legalità, a prova della quale non mancano esempi di cattolici, combattenti della libertà ed eliminati da altre parti politiche. Come Matteo Simonazzi, il comandante Azor, cattolico scomodo ed eticamente esigente, che venne ucciso da partigiani comunisti un mese prima della liberazione, o i diciassette protagonisti della vicenda Porzus, sterminati dai titini.
Nulla di meglio, per ricordare quell’epopea di generosità che è stata la Resistenza, che citare due versi di un poeta, Franco Fortini: “Porteremo i passi dei nostri figli / dove hai amato per noi l’ultima volta”. Perché settant’anni non significhino oblio della storia.
Angelo Paoluzi

 

1a Carlo Bo giovane nello studio

VALERIO VOLPINI IN DIALOGO CON CARLO BO

di Gastone Mosci

L’intervento su Valerio Volpini non appartiene direttamente alla letteratura ma alla critica di costume ed alla riflessione politica ed è posto in dialogo con Carlo Bo, anch’egli critico letterario ma come editorialista e comunicatore di lancinanti segnali etici, di critica di costume: il Bo di “Scandalo della speranza” (1957) e il Volpini di “Violenza anni ’60” (1963). Cosa sperare, dice Bo, con quale violenza fare i conti, aggiunge Volpini. La loro scrittura affonda le radici nella moderna letteratura europea ed in particolare nella cultura francese legata agli indelebili segnali di Pascal, di Maritain, di Bernanos, di Camus.
Come i grandi moralisti francesi, Carlo Bo sostiene il rispetto della libertà spirituale dell’uomo. Come il suo maestro e amico don Primo Mazzolari, Volpini abbraccia la via crucis dei diseredati e degli innocenti contro i conformismi, l’indifferenza e le manipolazioni della politica. Speranza vuol dire non cedere alle seduzioni né alle debolezze né ai pregiudizi: la speranza si può invocare nel segno della libertà e della responsabilità. Gli eventi letterari o di costume o politici sono letti e analizzati come “documenti spirituali”, assumono quindi un compito fondamentale di riferimento. Per queste ragioni i due libri restituiscono l’immagine cristallina della loro testimonianza, legata alla loro intelligenza creativa ed all’esercizio di una scrittura spesso inquieta e sofferta: il volume di Bo comprende sei saggi e 31 elzeviri dal 1945 al 1954 sulle speranze e le illusioni del secondo dopoguerra e dell’epoca della ricostruzione; l’opera di Volpini propone 17 interventi dal 1960 al 1963, che preannunciano l’epoca della società dei consumi. Non sono bilanci del passato ma registri di cassa, bon à tirer, fogli che guardano la realtà quotidiana nello sviluppo del dopoguerra con due prospettive: il mondo ecclesiale con il papato di Giovanni XXIII e l’evento del Concilio, e la società politica del boom economico e della società del benessere. Bo interviene sulla speranza, “scandalosa” se non è coadiuvata dalla partecipazione dei singoli e della comunità, con la tensione dettata da grande umanità e fermezza come François Mauriac de “L’Express”, Volpini con la sua identità di anarchico-contadino della mite campagna fanese. Bo è un uomo votato alla lettura (“la mia vita? Ho solo letto libri… un fallimento”, dice), di estrazione borghese, di studi severi, di formazione materna moderatamente giansenista; Volpini si forma nella vita aspra della lotta partigiana, ha bisogno di esperienze creative nuove, è pittore e poeta, puntuale alla lettura ed alla scrittura. Mi avvicino ai due maestri ed amici con l’animo inquieto di chi mal sopporta la situazione culturale e politica d’oggi, protesa all’indifferenza, al nichilismo, al consumismo, ad una concezione disastrata della democrazia, più spettacolo quotidiano nei mass media che luogo della progettazione e del servizio. Carlo Bo e Valerio Volpini indicano, invece, strade diverse.
I due tempi della loro scrittura sono collegati ai due libri citati: “Scandalo della speranza”, i dieci anni dopo la guerra, e “Violenza anni ’60”, il mondo europeo che entra nella società dei consumi.

 

Scandalo della speranza

In “Scandalo della speranza” Carlo Bo fa conoscere il suo volto di critico consacrato da una militanza che parte dalla letteratura per passare ad altri campi della cultura, alla vita sociale con la critica di costume, alla società con le riflessioni sulla politica, al mondo religioso con gli scritti cristiani, ma nel complesso l’immagine che propone è questa: la sua scrittura e la sua attenzione fanno del testo, ma citato, il segno di un “documento spirituale”. Bo non vuol fare il teologo né l’editorialista etico, vuole sempre allargare l’orizzonte passando da una esperienza di lettura ad una partecipazione aperta alla centralità dell’uomo. Il libro è il bilancio spirituale del secondo dopoguerra, dell’epoca che precede il boom economico: nelle sei lunghe riflessioni ma anche negli elzeviri vi sono il suo pensiero e la sua collocazione morale, perché ogni scritto è un documento spirituale, frutto di intelligenza e di partecipazione sui temi “delle nostre speranze, delle delusioni e dello sconforto”, fin dalla prima pagina. E il titolo, “Scandalo della speranza”, vuol dire sperare di fronte alle delusioni più profonde, fare “resistere il segno della speranza”, anche dopo la sconfitta, di fronte a “l’assoluto peccato della rinuncia”. Bo parte da una situazione di fede: la speranza non è in noi, “vive in qualcuno sopra di noi”; la ripropone di fronte al disastro come segno nuovo, che diventa scandalo di fronte alla nostra pochezza. E’ un ripartire, un guardare con uno sguardo inedito: il filo rosso dei sei saggi è un no al conformismo.
“Risposta a Unamuno” – l’intervento di apertura – è inquietante. Lo scrittore spagnolo è proteso all’esercizio della libertà fuori da limitazioni di tempo e di luogo: la sua è la lotta del cristiano in una interrogazione permanente; egli combatte contro i mulini a vento – dice Bo – ma riesce a sgretolare l’ideologia, grazie ad un linguaggio nuovo nel quale intreccia umiltà e verità della vita, con la scelta di “Dio sensibile al cuore”.

 

Che cos’era l’assenza

Il secondo saggio, “Che cos’era l’assenza”, è un continuo interrogare se stesso di fronte alla poesia, alla letteratura, ai documenti dello spirito, di fronte all’angoscia ed al disordine spirituale. Nell’epoca delle battute finali della guerra, Bo fa riferimento alla condizione espressa in “Letteratura come vita”, dove la letteratura perde la forza del primato perché la situazione spirituale e culturale sta precipitando al punto che il ricorso alla poesia è un uscire dal contesto sociale per organizzare la propria assenza, per dare un segno di ricerca morale: il rifiuto del consenso, salvare il proprio mondo interiore per dare immagine alla resistenza spirituale.
Quale impegno indica Bo? Prima viene la poesia con il dramma interiore e politico, poi viene la preghiera che ferma il “vento della disperazione” e riapre l’itinerario della “natura segreta della letteratura” e del muoversi nella certezza spirituale. Questo stato è il primo passo dell’attesa, il primo atto di presenza: l’attesa può essere illuminata dalla verità mentre la presenza deve fare i conti con la storia e quindi a rischio di precipitare nel naufragio. Qual è la linea di Bo? Far conto della memoria di tutti i nostri autori, porre i testi come fatti spirituali: “Non abbiamo voluto inventare un’estetica…” ma porre il silenzio di fronte alla disperazione e all’amarezza.

 

Cristo non è cultura

Per una resistenza non teorizzata ma risolta nel silenzio di fronte alla storia fa da stimolo il senso pieno della fede: “Cristo non è cultura”. Questo terzo saggio è un capitolo di ritorno ai Padri della Chiesa e di risposta al mondo di ideologie, che non dialogano né con la spiritualità né con la pietà. L’amico Elio Vittorini, nel primo numero del “Politecnico” (1945), lancia una proposta ai cristiani, a Carlo Bo: uniamo le nostre speranze umane ed i nostri progetti nel nome dei filosofi ed anche di Cristo, di Platone amico di Cristo. La risposta di Bo è: “Cristo non è cultura”, “Per un cattolico Cristo è l’unica immagine di vita e la sua rivoluzione non sopporta le condizioni del tempo…”. Continua Bo: “E’ fallita quella rivoluzione? Ma noi non possiamo dirlo, finché ci sarà un uomo sulla terra quella rivoluzione resta intatta, resta da inventare, deve diventare davvero sangue dei nostri giorni. E così non si può pretendere di vedere dei risultati pratici di questa rivoluzione: in questo senso non c’è progresso…”. Vittorini cerca un mondo rinnovato e unitario, comunisti e cattolici, Bo gli risponde che le utopie restano utopie, che “il male è insuperabile, anzi è necessario: così come il peccatore conta più del santo”, e ancora: “siamo pronti a combattere con Vittorini contro l’ingiustizia ma qualcosa dentro di noi ci avverte che questa ingiustizia comincia da noi, che il male che vediamo in spaventose forme esteriori ha un’esatta rispondenza nel nostro cuore”. Vittorini vuole una rivoluzione risolutrice, pianificata, Bo sente che il credente deve vincere il male dentro di sé. “Non per niente il povero è l’immagine reale del Cristo, in quanto il povero è l’unica figura irraggiungibile, perfetta: il male soltanto si può inseguire e raggiungere ma non il bene che è la voce reale di Dio. Solo Dio è buono…”. Le domande di Vittorini sono politiche, le risposte di Bo sono cristiane, si caricano di un pathos che va al di là dei manifesti e delle programmazioni. Bo sottolinea che possono ritrovarsi insieme: “Anche noi siamo per una cultura interessata ma sappiamo che non può essere definitiva: lotto con Vittorini per rifiutare una cultura che consoli – per noi traduco, che non addormenti – e per sollecitare una cultura che ci aiuti sulla strada della verità: parli ancora al nostro cuore, sia attiva. Attiva, cioè legata alla vita ma senza nozione di riposo”. Dove ci si ritrova? Continua Bo: “Infine tra il cattolico e il comunista il punto di partenza può essere uguale ma dove il comunista si ferma il cristiano sente il dover fare ancora molta strada, forse tutta la strada”. Un tema che sarà ripreso vent’anni dopo da don Milani. Cosa chiedere ai cristiani? Soprattutto che l’amore è il mezzo per cambiare il mondo. La discussione continua, fa parte di un dialogo frequente, fra due mondi, fra due culture, interpretato anche da Maritain in “Umanesimo integrale”.

 

Quando salva la fede?

“Unamuno” porta il segno della lotta, dell’agonia, del cristianesimo purificato, “L’assenza, la poesia” segnano non un percorso contro l’umanità e la cultura, ma prima verso la poesia, poi verso la preghiera. C’è una ragione attiva del poeta, dell’uomo in generale. “Cristo non è cultura” propone un progetto nuovo di vita: passare attraverso l’amore, che ci ha insegnato Cristo.
“Necessità e senso di una partecipazione”, il quarto saggio del libro, segna un itinerario e un impegno di cultura e di fede.
All’inizio del Novecento, nel mondo letterario, Valéry sosteneva che le civiltà muoiono, nell’epoca dei totalitarismi si è scatenata la distruzione fisica e spirituale – “la forza dell’orrore”, come dice Carlo Bo -, nel secondo dopoguerra Sartre e Camus inneggiano all’assurdo, alla lotta contro, all’estraniamento non c’è via d’uscita. Bo sostiene che le guerre non portano rivoluzioni interiori e nuovi desideri: si vive solo nel segno della morte. Come uscire dal “deserto del nostro spirito e dall’abitudine al male in cui siamo vissuti per tanto tempo”?
André Malraux alla Sorbona nel 1945 si chiede una volta precipitati nella condizione della paura: è morto l’uomo? La letteratura poneva i presupposti della “rivoluzione verso il nulla, verso la disperazione, verso il totale abbandono della nostra anima”. Nel 1947 Bo dice: “credo alla forza di una letteratura che sa trasformare le condizioni del quotidiano in un momento superiore di vita, in un’ambizione di natura spirituale”. La situazione, espressa da Gide, è invece dominata dal deserto spirituale, “l’ordine della materia come ordine definitivo”. C’è solo il rifiuto di Bernanos, con il suo “scandalo della verità”, perché “il male si combatte e si vince con una parola nuova, la parola che trasforma, che supera l’immobilità delle nostre immagini spirituali”, dice Bo. Si è invece giunti alla paralisi dello spirito, alla situazione zero delle domande intellettuali: “il male ha affondato con intelligenza le sue radici dentro di noi (…) mentre la parte del cuore, quello che c’è in noi di più vero, si cancellava nell’inerzia, nel suo desiderio di non intervento, nel suo rifiuto di partecipare”. Su questa consapevolezza, Bo imposta la sua riflessione sulla intelligenza della partecipazione che si allaccia al Mistero dell’Incarnazione nei rapporti fra Maria e Cristo: all’annuncio segue una risposta, il sì che apre il dialogo, che è corresponsabilità, partecipazione, l’incontro terreno di Cristo. Dice Bo: “L’immagine di Cristo che scende verso di noi e accetta di dividere la nostra vita è intanto un primo atto di protesta per chi crede al regime dell’abitudine e alla possibilità di salvarsi nell’ambito di una vita interiore. (…) non è Cristo che si avvilisce alla nostra misura ma è la necessaria trasformazione di Cristo per rendere possibile il dialogo con noi”. Come partecipare al dialogo? Partecipare alla vita come collaborazione, come donazione di quanto abbiamo, portare agli altri la nostra voce, “quella calda presenza dell’anima umana”.
La riflessione di Bo nasce nell’ambito della letteratura e continua in quel contesto: “la letteratura moderna è una lunga galleria di mostri solitari, di condannati senza possibilità di confessione; il segreto ha preparato la strada alla paura”. In Dostoevskij c’è la lotta disperata con Dio, per Sartre e il primo Camus “l’uomo dei nostri giorni manca di ogni radice umana”. Nel ‘nuovo’ Camus della “Peste”, è sottolineata la relazione fra noi e il mondo che portiamo con noi, regolati da un progetto del bene e del male che ci appartiene e che si deve ‘servire’, che deve entrare nel contesto della creazione e essere partecipazione, presenza attiva.
Dove ci guida Camus? A riconoscere il compito della coscienza, che è un uscire dalla condizione che “il tempo, le cose ci trascinano su un terreno privo di luci, negato alle voci”. La riflessione di Carlo Bo è serrata, un “cosa fare” insonne: “insinuare in ogni problema questa cifra dell’eterno, il numero del divino, riprendere il calcolo delle cose per simboli, per significati, per quello che le cose possono dire e non già per quello che non riescono a dire”. E punto dopo punto Bo indica che la salvezza sta nel partecipare interamente a una storia eterna e umana per noi misteriosa, alla quale rapportarci con una passione superiore, con l’intelligenza al servizio della collaborazione e della partecipazione.
Ancora una domanda: “dove dobbiamo cercare la fede?” Bisogna interrogare nella letteratura europea due profeti, Léon Bloy e Georges Bernanos, che si battono per la fede che salva. Ma il nostro tempo pone il rifiuto dello spirito – dice Bo – e solo il paradosso di Cristo percorre la strada nuova: Cristo è venuto fra noi, la sua storia di uomo è la nostra, la sua parola è diversa dalla nostra ed ha la forza divina di trasformare il mondo, di fare la rivoluzione: “Il valore dell’insegnamento di Cristo è dato dalla forza della sua partecipazione”. La pagina di Bo, ricca di luci continue, s’incentra sulla incarnazione, luogo della fede, del dialogo fra Cristo e Maria.

 

Il Miserere di Rouault

“Una replica a Unamuno” è lo studio dell’uomo che crede, nel contesto della lotta spirituale e politica. “Che cos’era l’assenza” è la puntuale lettura della responsabilità personale e culturale nel non cedere alle illusioni della storia, con il ricorrere al soccorso della verità: la poesia è il modo d’essere, l’assenza è il dissenso, la letteratura è documento dello spirito, il suicidio è una “sponda sorda”, il silenzio è una luce, la preghiera salva, poesia e preghiera procedono assieme per superare l’onda della disperazione. “Cristo non è cultura”: il sogno di Vittorini è una “carne irraggiungibile”, la vera rivoluzione è Cristo, “Dio sostenuto attraverso l’amore di Cristo”, l’amore è l’unico mezzo per cambiare il mondo e gli uomini.
“Necessità e senso di una partecipazione”, il quarto saggio, è il cammino della letteratura nel Novecento che esibisce il no alle ragioni dello spirito nelle varie epoche e nella dissoluzione della figura dell’uomo, durante i totalitarismi e nella caduta dell’umanesimo.
“Presenza di Dio fra noi” è il quinto saggio, si ispira al “Miserere” di Rouault, una ‘suite’ di 58 incisioni di grande formato, un’opera rappresentativa del contemporaneo dramma umano. Bo parte dalla domanda se è possibile “denunciare l’assenza di Dio tra di noi” e portare l’indagine nel campo artistico, leggere le parole degli artisti e cercare quanto li rende testimoni del dialogo con Dio. E’ pensabile un intervento superiore? L’artista nutre il desiderio di realizzare un’opera che esprima la sua preparazione ad affrontare tale dialogo, ma spesso è un atto di superbia, un luogo difficile anche se i punti di contatto fra arte e religione, poesia e preghiera sono evidenti. Bo sottolinea la possibilità di trovarsi vicini e soprattutto di capire il lavorio, lo stato d’animo dell’artista, la sua consapevolezza e la sua azione pittorica che si svolge “sotto una particolare luce della fede”, con lo “spirito del veggente”. Si riferisce a Baudelaire e Rimbaud, che hanno posto “il loro capitale al tavolo dell’avventura” e innalzato l’albero della libertà – “libertà della fantasia verbale e dei colori” – che ha cambiato il dialogo della poesia ed “ha accresciuto il terreno stesso di Dio”. In ogni caso bisogna sottolineare questa preoccupazione di Bo legata alla sua interpretazione dello storico Henri Brémond in tema di poesia e di poeti. “Un poeta che faccia coincidere il suo lavoro con la preghiera tradisce la sua prima funzione, nella stessa misura di colui che nell’atto di pregare tentasse di spostare la sua attenzione su uno stato diverso di eccitazione spirituale…”. Questi cenni e una più ampia indagine aprono il discorso Rouault, un artista amato che bisogna leggere in dialogo con Léon Bloy: due autori disarmati di fronte all’immagine di Dio, “Di Dio più che di Cristo”, dice Bo, perché la letteratura con l’arte moderna si pone dalla parte di Cristo contro Dio. “Cristo come immagine dell’uomo, come immagine travestita di noi stessi, ha trovato Cristo nel senso della bellezza, della bontà, dell’umanità diseredata e afflitta, del figliol prodigo, del peccatore, dell’adultera, insomma nella parte sconfitta, debole di noi stessi”. Ecco alcuni esempi sostenuti da Bo: Dio sensibile nel Manzoni, Cristo in Dostoevskij; Dio sensibile in Bloy e Cristo in Rimbaud; Dio rintracciabile in Claudel, Cristo presente in Gide. La scelta va sui secondi, perché più vicini e più amati, “per noi era più umano, più immediato il Cristo della nostra somiglianza e più lontano, più difficile da raggiungere il Dio senza nome, senza volto, il Dio opposto alla nostra natura e alla nostra debolezza”. Detto questo, ecco di nuovo Rouault e Bloy, tornati a Dio attraverso l’immagine di Cristo, con i drammi di due artisti, che forse, dice Rouault, si trovano così più prossimi al giudizio di Dio, perché incompresi, diseredati nell’invenzione, i più mendicanti, in piena solitudine, di chi ama “La terre misérable”. Quella condizione è la misura del gesto pittorico di Rouault, l’essere il più mendicante e il più aderente ai suoi dannati, alle sue filles, il vedere non con gli occhi ma con lo spirito. Mi identifico con la lettura di Bo: “Si pensi al suo Cristo, a quel Cristo che ha tentato la sua fantasia con la stessa ostinazione che riscontriamo nella storia di Unamuno, qui c’è il procedimento inverso, la presenza di Dio viene tradotta in immagine umana, e Cristo sopporta il peso, la caduta e l’orrore della trasformazione: del resto per avere un’idea adeguata della resurrezione della carne, del mistero che vive in ognuno di noi questa degradazione verso la salvezza è indispensabile”. L’attraversare il mondo tragico della contemporaneità e l’essere trascinati a immaginare quanto non è raccontato porta il segno della profezia, della presenza di Dio, “dall’avere lavorato sotto quell’occhio, col soccorso del tempo, com’è e non del tempo come ce lo fa la nostra incredibile facoltà di illusione”. “Quella miseria – per Bernanos – è la porta della speranza”. Dice Bo: “Sono le immagini della nostra bellezza, sono una poesia perfetta”. Del resto Rouault è stato trascinato dall’amore e preso nella visione tragica di Bloy. Il suo lavoro di pittore è “trasformare”, dare un ordine interiore non più fantastico, di artista non di pensatore, alla ricerca dell’armonia, ponendosi – libero spiritualmente – “davanti alla propria tela”, che è un ritrovarsi di fronte a Dio, nella esperienza del proprio cammino. Ha attraversato la sua “noche obscura” dice Maritain, e c’è la forza dell’atto creativo continuo nella sua espressione naturale. Conclude Bo: “Il ‘mirabile fango’ di Rouault è una delle poche testimonianze di questo amore della vita, di questa trasformazione operata a confronto con la morte e nella luce stessa di Dio”. Il “Miserere” non è solo la narrazione degli ultimi ma anche il racconto di Dio partecipe.

 

Nel nome di Mounier

Il sesto saggio, “Quando diciamo ‘senza speranza’”, è un testo contemporaneo all’uscita del volume, si ispira agli anni ’45 e fa un bilancio degli ultimi nove anni, il passaggio dal tempo della speranza agli anni della crisi, quando ai progetti subentrano i fallimenti. Si tratta di un esame di coscienza che va dall’epoca della fiducia a quella dello scetticismo della cultura militante e del mondo cattolico. Come far capire la scelta del dialogo e della partecipazione, come far sentire la propria voce? Quando nel ’50 è morto Mounier “qualcosa si ruppe dentro di noi” – ha scritto Carlo Bo – un costume era entrato in crisi, la comunicazione stava perdendo il ritmo della creazione, solo qualcosa resisteva “come un segno di distinzione e di eleganza interiore”, ma si erano perduti “la libertà dell’intervento, il parlare secondo un disegno di giustizia, il non contrattare la verità con la realtà e con l’interesse”. La caduta della libertà interiore faceva sembrare di essere tornati indietro al ’34 a un periodo di “palpitante” speranza per la giustizia. Negli anni ’50 il lavoro intellettuale non era più nutrito dalla speranza, la via del dialogo e della partecipazione era bruciata, soprattutto nelle forze dell’intelligenza. Questa decadenza era stata spontanea, era frutto della prudenza, dell’omissione, della colpa “di non aver risposto ai fatti con i fatti”, di cedimento di fronte alla politica. “Sono stati proprio gli spiriti che credevano nei fatti, nella realtà a farne un uso così disgraziato e vergognoso da portarci a poco a poco al disgusto e all’abbandono”. La politica aveva preso il sopravvento su tutto e restava solo il silenzio con un dialogo ridotto al minimo ed il tradimento del rispetto delle idee e delle ragioni dello spirito.
“Senza speranza” prendeva allora la connotazione di assenza forzata della speranza. La risposta del silenzio ha creato la crisi, la separazione, la condanna, l’inganno. Si predicava la libertà dello scrittore e lo si isolava, contava la prepotenza degli uomini di azione e l’abbandono del mondo delle idee, l’economia contro la cultura, le banche contro l’università. Mauriac in Francia veniva censurato da “Le Figaro” come ai tempi del Fronte Popolare: il clima del conformismo dominava la temperatura politica, l’aria della dittatura guidava la gestione della democrazia nell’Europa, anche la guerra fredda portava inquietudine.
“Senza speranza” era il film di anni di speculazioni, di paura, di caduta del consenso.
Ancora “Senza speranza”, l’ultima limpida icona di Mounier che credeva nella felicità che si promuoveva fra le persone e che animava la fede, veniva confusa con le altre felicità mascherate di conformismo, di delusioni.
Al “Senza speranza” di fronte al sistema politico fascista era subentrato dopo la guerra uno stato di passività nel quale non si registrava nessun ordine spirituale perché il sistema era dominato dai furbi, “dagli esecutori degli ordini dei nuovi conformismi”. Non si trattava più di un esame di coscienza ma di un atto di denuncia del tradimento vero e proprio della libertà, della politica e dei valori etici: non si trattava della cattiva interpretazione dei fatti ma del loro essere collocati nel ripostiglio della storia e di una cultura che veniva tradita. La responsabilità era della politica tradita.

 

Violenza anni ’60

A questo insieme di eredità si collega Valerio Volpini nel fuoco degli stessi interessi spirituali e culturali di Carlo Bo. Parlare ora di “Violenza anni ’60” (1963) di Volpini vuol dire accogliere quella visione critica, quelle inquietudini, quel dialogo continuo fra letteratura e cristianesimo, fra cultura e costume, fra società e politica. Con “Scandalo della speranza” Bo ha letto la storia spirituale e culturale dell’Italia dalla fine della guerra: per dieci anni ne ha registrato il cambiamento, dalle speranze della Liberazione al conformismo dell’Italia democratica nell’opera piena della ricostruzione. La riflessione religiosa è di alta qualità perché Bo è l’interlocutore di grandi scrittori francesi e di Maritain, di personaggi come Bernanos, Mauriac, Mounier, di cattolici e di laici, di credenti e di atei, con una attenzione al costume della cultura e dell’editoria. Quel mondo è frequentato anche da Valerio Volpini che però pone il suo sguardo sull’inizio degli anni sessanta, quattro anni che preparano il Concilio Vaticano II – l’epoca di Maritain e don Primo Mazzolari, di Papa Giovanni e Paolo VI – e l’avvio della società dei consumi e il consolidamento della società industriale italiana. “Violenza anni ’60” è dedicato a don Primo Mazzolari, il profeta della cristianità italiana, che egli frequentava, e porta un esergo di Bernanos, un pensiero di denuncia degli uomini che amano la violenza e dalla quale vengono coinvolti e della quale alla fine giustificano tutto.
“Pensaci, uomo” è la prima riflessione di Volpini, il manifesto di una generazione che non vuole “stabilire una coscienza tranquilla” di fronte alla situazione drammatica di dimenticare i problemi, di chi vuole dimenticare le “quotidiane responsabilità sociali”, il male collettivo generalizzato, rappresentato dalla perdita della responsabilità. Volpini impone l’appello alla memoria, lancia l’invito a non dimenticare i campi di sterminio nazisti, a non cedere al conformismo che vorrebbe porre sotto silenzio la verità di quel tradimento dell’umanità, di “una colpa di cui non può esserci giustificazione”. E racconta il libro fotografico di Pietro Caleffi e di Albe Steiner, “Pensaci, uomo” (1960), dove domina “Razzismo, nazionalismo, oppressione, campo di concentramento, tortura, sradicamento di intere popolazioni, discriminazioni, che non sono fantasie del nostro pessimismo”. Un libro per denunciare chi ha agito contro la speranza, espressione di egoismo collettivo, di chi vuole negare l’infamia delle vittime della Shoah. Volpini coglie l’aspetto della distruzione fisica delle persone che è preceduta da quella morale e spirituale: oltre al terrore e all’orrore cancellare ogni velleità di resistenza nella assurda “razionale pianificazione della strage”. Le 160 foto della disumanità nazista sono state impaginate da Albe Steiner, sono un racconto del razzismo che non vacilla, non costruiscono una catena di odio collettivo verso il popolo tedesco ma un atto di condanna verso chi ha perpetrato quella follia, che non può essere dimenticata né assolta dal tempo, ma attraversata da un gesto di pietà per le vittime ma anche memoria politica.
Il tema della violenza legata alla guerra, alla Resistenza è centrale della seconda metà del Novecento ed è trattato ampiamente: si pone come itinerario politico. Il secondo tema è legato al colonialismo ed alla guerra d’Algeria: una questione capitale per l’Europa anche dal punto di vista etico e della civiltà dell’Occidente. La Resistenza richiama il riconoscimento dell’uomo, della persona che è stata martoriata ma che costituisce il fondamento della comunità e dello stato ed è quindi centrale della questione politica.

 

Servire la verità

Il secondo intervento di Volpini è “Servire la verità”, il nodo delle relazioni politiche e del lavoro dei tribunali militari in epoca di fine colonialismo dove “sul banco degli imputati – scrive Volpini – si trovano sempre uomini di pensiero diverso e di diversa fede politica che (…) intendono protestare contro una guerra assurda e mostruosa che mortifica la Francia e provoca le più profonde crisi spirituali nei francesi migliori”. Sulla questione algerina molti intellettuali francesi rivendicano il “diritto alla non-obbedienza”, alla autonomia dell’Algeria contro le associazioni terroristiche di destra, contro l’OAS. I fatti di violenza e di persecuzione sono tanti, costituiscono la prima immagine della guerra che è contro la storia dei francesi, contro il “roseau Janson” di solidarietà per gli algerini, “dare asilo ai disertori”. Al processo legale si oppone il processo morale a chi abusa della forza per mettere fuori campo i diritti di libertà e di giustizia. Volpini sostiene soprattutto la lotta contro la violenza dei 121 firmatari non-obbedienti. “Solo servendo la verità possiamo ancora avere la speranza del futuro”. Ed ancora cosa fare? Scrive Volpini: “la verità si costruisce giorno per giorno in una fedeltà che non si può proporre soltanto nelle occasioni più comode o facili; si costruisce la verità proprio nella misura in cui l’amore ai principi, o meglio un autentico amore per l’uomo, trova rispondenza nella nostra coscienza e nella consapevolezza della nostra responsabilità di uomini”. Ecco il programma adottato nella guerra contro il nazismo: fare la verità è la resistenza all’ipocrisia dell’odio, non solo la resistenza civile ma anche la testimonianza dell’amore per il prossimo.
La parola di Volpini è un grido continuo di speranza, della speranza visibile che può essere accolta anche dalla politica: il motivo ricorrente riguarda il futuro, ma quale futuro ci aspetta se non siamo più responsabili dei grandi problemi comuni? Ed anche intorno alla pace ruota il bilancio magro di quegli anni: l’ordine umano è regolato dalla pace, la guerra è distruttiva. La giustizia è un richiamo generale: regola la vita degli uomini. Futuro, pace e giustizia concorrono ad una visione nuova dell’Europa e dell’Occidente.
Le guerre fanno capire che si vive sempre “Sotto il segno della distruzione” – altro saggio del libro – perché scatenano la violenza e l’odio, che sono segnati da fatti indelebili molto prossimi, come la Shoah, la bomba atomica di Hiroshima e la guerra d’Algeria con i paras francesi. La spirale della violenza prende principalmente i giovani e li distrugge moralmente. Si chiede Volpini: “Che cosa nascerà da questi spiriti spezzati dalla violenza? L’odio non si cancella che a prezzo di una faticosa purificazione e sono pochi quelli che ci riescono. Per chi ha subìto certi traumi, per chi ha perduto nell’odio il senso della speranza negli altri, le parole pace, libertà, relazioni internazionali, diritto, acquistano un suono falso e incredibile. E non si ripeterà mai abbastanza che la violenza è una disperazione in atto e dalla disperazione civile non deriva che l’odio”. Ed ecco la proposta, che ricorre continuamente: il futuro nasce solo dal superamento di questo male nell’ambito del contesto politico nuovo dell’Europa. Questa unità politica può risolvere la questione dei diritti della persona, è l’unico luogo che può combattere il colonialismo e l’autoritarismo.

 

La cultura della Resistenza

Questa visione si compie con una illuminata “Misura della verità”, il quarto contributo, che richiama la domanda: “sino a che punto siamo fedeli alla verità”? Ecco dunque la forza di Volpini che parla non solo del “rispetto dovuto alla nostra personale libertà ma a quella coscienza morale per cui il vero, e il rispetto di questo, costituisce il fondamento del vivere civile e la stessa dignità umana”. La linea politica di Volpini è chiara: non si scende a patti con una tradizione poco credibile e non si cade nella trappola del compromesso. Del resto così è lo spirito di un partigiano, la sua testimonianza: “la verità è il costume della democrazia”. In quanto è il fondamento del nostro umanesimo e la radice del personalismo comunitario. Spesso Volpini parla con aforismi e giudizi fondativi: la verità è al servizio degli uomini che le sono fedeli.
Ed ecco l’analisi: “Viviamo in un mondo ove la polemica e l’indifferenza sono talmente radicate per cui tutti i giorni c’è chi nega l’evidenza credendo così di servire più totalmente la propria causa con la menzogna. Persino la fede religiosa non è esente da queste distorsioni e c’è chi crede di servire Dio con il falso…”.
L’invito di Volpini è di non servirsi delle “mezze verità” ma di servire la verità con responsabilità. Parole di cinquant’anni fa ancora attuali, che chiedono di partecipare consapevolmente alla vita sociale, alla vita della democrazia, alla cittadinanza della solidarietà, e di dire no alla delinquenza organizzata. La misura della verità è la giustezza del vivere cittadino, l’armonia dei rapporti umani, la pacificazione e il rispetto dell’ambiente e della natura. Altro suo aforisma: “Essere fedeli alla verità significa essere fedeli all’uomo”.
Quale visione politica Volpini ha maturato nella sua esperienza della Resistenza e nei primi anni del suo impegno sociale e culturale? Ne abbiamo già parlato riferendoci al primo intervento del libro ed al primato dell’uomo, che viene posto in rilievo con la fine dei totalitarismi e con la scelta della lotta resistenziale al nazifascismo. La cultura della resistenza è il fondamento della nuova democrazia ma anche il campo operativo che indica il bene comune. Scrive Volpini nel saggio “Resistenza bene comune”:
“Noi siamo legati alla Resistenza per un doppio legame: perché le nostre generazioni ne hanno fatto parte e perché continuamente scopriamo il significato della lotta contro il nazifascismo. La Resistenza è stata innanzitutto un fatto spirituale; ha voluto essere la prova del valore dell’uomo contro il non-uomo, della ragione contro la follia bestiale. Solo i perversi o gli imbecilli possono pensare senza inorridire a ciò che sarebbe avvenuto dopo una vittoria nazista. Una ideologia incarnata in una classe dirigente disposta a tutto, che aveva saputo pianificare lo sterminio, non tanto dei combattimenti nemici ma di una “razza” – di vecchi, di donne e di bambini – avrebbe avuto carta bianca nell’Europa e nel mondo. Inutile cercare immagini ardite per pensare a ciò che sarebbe avvenuto poiché quello che è stato fatto è già al di sopra di ogni immaginazione e continuerà ad essere una delle più grandi mostruosità della storia”.
Questa è poi la dimensione spirituale tanto cara a Volpini: la resistenza è servita alle giovani generazioni per formarsi e per capire che ha rappresentato il momento alto per la “conquista di una completa umanità, di una dignità fondata sulla libertà…”. Ed ancora: “La Resistenza è stata la nostra ‘giovinezza’ nel senso che ha creato i presupposti del nostro umanesimo, ha dato l’oggettivo significato alla parola patria e ci ha accostati all’Europa e al mondo…”.
Cosa se ne ricava nel significato comune? Il valore della partecipazione e l’eroismo della testimonianza. E’ il senso della storia che determina le scelte: Bo parlava di assenza come dissenso sotto il fascismo, Volpini parla di partecipazione come negazione dell’assenza nella scelta della lotta e della guerra. Il tema di Bo era l’autonomia, la scelta di Volpini è la libertà, la scommessa per l’uomo e il servizio alla verità. Si tratta di una spiritualità di carattere umanitario e umanistico, che spesso oggi dimentichiamo.
La cultura della resistenza accompagna la stagione formativa e della crescita sociale di Volpini, è il punto di riferimento politico, della cittadinanza civile ma anche della riflessione sui momenti critici del secondo dopoguerra e degli echi del nazismo in Germania. Un campo di lotta civile duro: la Germania si spingeva a sostenere non riscontrabili fatti di resistenza come quelli di Napoli e documentati nel film “Quattro giornate di Napoli”, cui si aggiungeva la negazione della Shoah e di una infinità di stragi, di colpe e di soprusi non riconosciuti dei nazisti nelle montagne dell’Appennino e nella guerra civile. La responsabilità della violenza era del nazismo non della Germania in generale, non dei tedeschi. Ma Volpini sostiene che la Germania democratica d’oggi deve alla Resistenza la sua sopravvivenza e il riconoscimento della sua dignità politica, la democrazia tedesca deve il suo futuro a quella partecipazione resistenziale dei vari gruppi tedeschi.
“La Resistenza che è stata compiuta in Europa da tutti i popoli non può essere ridotta, come spesso si fa, a un episodio militare, ma soprattutto a un fatto morale, alla rivolta dell’uomo contemporaneo contro gli orrori incarnati in una concezione mostruosa della vita e dello Stato, fondata sulla violenza dell’istinto e del sangue, su una mitologia tardo-romantica…”. Il giudizio è severo perché politica e vita morale sono legate e sono un baluardo della memoria che non va dimenticata, contro la tentazione di chiudere i conti con il passato e la presunzione di dimenticare.
Aggiungo ancora un pensiero angolare sulla Resistenza come esplosione autentica di civiltà e di democrazia: “La Resistenza che ha creato l’anima moderna dell’Europa non può essere rifiutata se non a rischio di creare una pura convergenza di occasionali interessi esterni che i particolarismi e gli orgogli nazionali faranno crollare al primo soffio”. Bisogna mettere da parte i risentimenti del patriottismo, la stupidità dell’incoscienza, le connivenze del fascismo, che è l’antieuropa. E’ il pensiero che ricorre nel saggio “Germania e Resistenza”.

 

Le violenze

Volpini ha analizzato tante altre violenze della società dei consumi: ad esempio il Natale catturato dal consumismo, diventato manifesto “piccolo borghese” della cristianità. La violenza della mafia in Sicilia protetta dalle forme del sospetto, della paura, della diffidenza, del silenzio senza volto come nel romanzo di Leonardo Sciascia, “Il giorno della civetta”. Inoltre, gli esperimenti nucleari continuano: il male si diffonde, la cultura delle superpotenze è una forma di omicidio sommerso. Un paese povero del Sud costruisce un monumento a Rodolfo Valentino e dimentica la scuola elementare, l’asilo e la biblioteca: non è banalità, è violenza della città dei consumi. Il Cardinale Montini di Milano interviene per salvare dei giovani spagnoli dalla condanna del regime franchista: la libertà della Spagna è una speranza per l’Europa. La grande violenza dimenticata: i bambini del terzo mondo muoiono di fame come quelli dei campi di concentramento nazisti; la ricchezza costruita sfruttando i poveri. Dove siamo arrivati? “Siamo idolatri?” E’ l’ultimo grido di Volpini. Un industriale del Nord si fa bello e regala al suo paese del Sud una Madonna di mezzo miliardo di lire come ex-voto. La fede viene pesata, l’immagine è grottesca – dice Volpini – la fede misurata con la quantità del denaro: non bisogna adorare la ricchezza, la ricchezza porta violenza. “La fede, crediamo, debba restare anche nelle dimostrazioni pubbliche entro i limiti di un atto pieno di riserbo: è un fermento e un segno rinnovatore che nessuna clamorosa dimostrazione può surrogare anche perché la cronaca è piena di tributi favolosi che il mondo paga alla bellezza o ai sensi, allo sport o alla facile celebrità e mi pare quantomeno di cattivo gusto mettersi in concorrenza su questo piano”.
Questo ultimo elzeviro di “Violenza anni ’60” vuole uscire dalla gabbia del potere della terra e della ricchezza che genera la violenza, come la società dei consumi, come l’avidità della destra nelle tante questioni coloniali francesi. La scrittura di Volpini vuole raggiungere il punto di convincimento che l’avvicina alla testimonianza: un intellettuale che ama la verità può aspirare a guardare oltre l’orizzonte, e confidare in “un essere superiore”, dice Carlo Bo, che può essere coinvolto. La scrittura è una forma della preghiera.

Gastone Mosci