Anticipazioni1 Festival digitale: "Valerio Volpini e la Resistenza"

 

Montegiove ottobre 1943 Valerio Volpini - archivio Valerio Volpini 

Anticipazioni, Giovedì 4 luglio 2013  - Festival digitale "Valerio Volpini e la Resistenza"

"Ancora chiedo se il tuo sorriso / era la nostra immagine segreta / d'uomini spersi sull'arcobaleno del mondo"

A Giannetto Dini fucilato il 1° aprile del 1944. Undici poesie di Valerio Volpini / Undici incisioni di Arnaldo Battistoni (Fano 1947, 30 esemplari).

 

Valerio Volpini a vent'anni aveva chiaro il suo mondo spirituale e civile
Aveva quasi vent'anni Valerio Volpini quando fu chiamato nell'estate 1943 alla leva per il servizio militare ed organizzò nel distretto il suo esodo fra i partigiani della zona fanese ed anche dell'Appennino. Aveva in mente una idea precisa come tutti gli autentici combattenti dell'epoca ed il suo amico Aldo Deli, presto commissario politico della zona fanese, l'idea di sciogliere i legacci dei totalitarismi e dell'oppressione, di invocare la libertà e di difendere la realtà umana e spirituale della sua gente di fronte al nazismo ed al fascismo rigenerato, dopo l'8 settembre 1943, per una guerra civile fratricida e assolutamente punitiva e distruttiva, voluta da Hitler. Si era venuto a sapere della Shoah, l'esercito italiano era allo sbando, la disperazione della guerra si accaniva verso i più disgraziati. Come altri giovani Volpini era il testimone di un limpido entusiasmo di liberazione, era il giovane universitario in lotta per i diritti umani e per la libertà, con il suo nome di battaglia, il "prete", con un visibile carico di responsabilità. Questa situazione di lotta, questo accanimento macabro avviene a seguito del 25 luglio, che vogliamo restituire ad una comprensione cosciente, matura, storica anche attraverso la personalità e l'operosità di Valerio Volpini, per riconoscere il suo ruolo di intellettuale e di testimone.
L'appuntamento centrale del Festival digitale si svolge lungo la settimana dal 25 al 31 luglio con contributi di scrittura e d'immagine, grazie ad una redazione fanese e del territorio. I tre giovedì che precedono il 25 luglio, vale a dire fin da oggi, rappresenteranno il momento delle sollecitazioni dei segnali di conoscenza e di dialogo. Presentiamo scritti di Volpini, testi poetici, una carellata di immagini, tanto più documentarie quanto più le persone di Fano che vorranno collaboreranno con il nostro blog. Volpini ha sempre legato il suo studiare, la sua scrittura e la sua azione ad un forte spirito comunitario, dell'essere insieme per gli altri, del lavorare in dialogo per far crescere la partecipazione e la qualità culturale e umana della collaborazione e della politica. Noi di Fanocittà siamo grati a Valerio Volpini, ai suoi familiari e a quanti vorranno inviare testimonianze o informazioni su quell'epoca. Stiamo preparando un "Diario" dei giorni dal 25 al 31 aprile 1943, abbiamo raccolto tanti segnali d'archivio. Mancano le testimonianze dirette.
Il saggio che segue, "Resistenza bene comune" del 1961, è un limpido intervento giornalistico sugli esiti della Resistenza, sul suo valore culturale e umanitario, sul suo essere un fatto spirituale in quanto espressione di una coscienza collettiva che si identifica con il popolo italiano, che spera nella libertà. E' uno dei 17 interventi che costituiscono il libro "storico" di Volpini, "Violenza anni '60" del 1963, edito da La Locusta di Vicenza, la casa editrice che pubblicava don Primo Mazzolari. Volpini faceva parte di quel gruppo, era amico e devoto di don Mazzolari.
(Gastone Mosci)

 

RESISTENZA BENE COMUNE
di Valerio Volpini

Certi avvenimenti in una piccola comunità o in una comunità di popolo restano come essenziali esperienze sociali e morali capaci di aprire nuove prospettive storiche. Sono momenti che incidono straordinariamente nella coscienza di quanti sono stati protagonisti ma che soprattutto stabiliscono un punto di partenza civile. E' un segno che magari si porta attivo nel tempo per il suo valore di sentimento ma quello che conta è che sia passato positivamente alla cultura; cioè in quel panorama della storia umana per cui consideriamo che la civiltà e il progresso scaturiscono da una carica universalmente positiva dell'uomo.

 

La Resistenza come fatto spirituale
Noi siamo legati alla Resistenza per un doppio legame: perché le nostre generazioni ne hanno fatto parte e perché continuamente scopriamo il significato della lotta contro il nazifascismo. La Resistenza è stata anzitutto un fatto spirituale: ha voluto essere la prova del valore dell'uomo contro il non-uomo, della ragione contro la follia bestiale. Solo i perversi e gli imbecilli possono pensare senza inorridire a ciò che sarebbe avvenuto dopo una vittoria nazista. Una ideologia incarnata in una classe dirigente disposta a tutto, che aveva saputo pianificare lo sterminio, non tanto dei combattenti nemici ma di una "razza" - di vecchi di donne e di bambini - avrebbe avuto carta bianca sull'Europa e nel mondo. Inutile cercare immagini ardite per pensare a ciò che sarebbe avvenuto poiché quello che è stato fatto è già al di sopra di ogni immaginazione continuerà ad essere una delle più grandi mostruosità della storia.

 

La conquista della libertà
La Resistenza è stata per le generazioni che ne hanno fatto parte il momento culminante di una meditazione per la conquista di una completa umanità, di una dignità fondata sulla libertà; è stata la sofferta esperienza per scoprire al di là dei miti e delle falsificazioni umilianti e criminali, cui aveva abituato il fascismo, l'autentica statura della persona, il rapporto fra la propria dignità e lo Stato, fra la propria fede religiosa e la libertà, fra la pace e la giustizia, fra il passato della tradizione e il presente. La Resistenza insomma è stata la nostra giovinezza nel senso che ha creato i presupposti del nostro umanesimo, ha dato l'oggettivo significato alla parola patria e ci ha accostati all' Europa e al mondo non secondo i rozzi luoghi comuni del fascismo ma con una dignità tale da farci comprendere il significato di un impegno politico, da farci sentire il valore di una partecipazione e l'eroismo d'una testimonianza. Parteciparvi è stata così per i giovani soprrattutto, una scelta e un ritorno alle sorgenti di quei valori individuali e sociali che sembravano essere dispersi negli anni della tirannia; non era insomma soltanto una partecipazione di sacrificio e d'onore ma di consapevolezza.

 

La Resistenza come testimonianza
Così la Resistenza guerreggiata sui monti o nella clandestinità cittadina non è stata soltanto una manifestazione di coraggio. Ogni eroismo finisce sempre per avere dei lati piuttosto imponderabili e molto spesso sconfina con un giuoco personale ove non entrano per niente quei fermenti spirituali che soltanto possono dare un senso e un significato all'impegno. Del resto non s'è trattato di essere bravi nell'affrontare un nemico spietato e di affrontarlo con i mezzi più inadeguati e scarsi; significò che per rimanere uomini non si poteva fare diversamente e bisognava imboccare solo quella via dell'opposizione attiva o del rifiuto di collaborazione per non venir meno a noi stessi. Se non si accetta questo indiscutibile dato di schiettezza della Resistenza non si comprende più nulla. Alla fine dopo i sacrifici dei lunghi anni di guerra e di stenti, dei bombardamenti e della retorica, la dimissione e l'assenza potevano indurre ad attendere la liberta dagli altri; se questo non è avvenuto è perché proprio al di sopra di ogni stanchezza la libertà ritrovata seppe suscitare nuove energie e maturare nuovi italiani. Il fascismo non era riuscito a corrompere sino in fondo e il seme dei pochi, degli esuli e degli isolati in patria fu quello che riempì il vuoto tragico lasciato dalla retorica. Se pensiamo che la Resistenza italiana, come quella di ogni altro Paese d'Europa, ha abbreviato lo spettacolo della bestia trionfante e che quel poco o quel tanto che ciascuno ha potuto fare ha forse salvato la vita di un bimbo ebreo, di un soldato morente nei campi di concentramento tedeschi si intende, anche sul piano immediato, la validità spirituale della Resistenza.

 

Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea
Resistere infatti poté sembrare ad un certo momento assurdo ma è stato in realtà la testimonianza di quanti non hanno disperato nell'uomo ed hanno posto in primis il servizio alla verità. Penso alle parole delle Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea che non si possono non citare e che dovrebbero essere un libro di meditazione per la nostra condotta civile; scrive lo studente liceale Henri Fertet di sedici anni: "Voglio una Francia libera e dei francesi felici. Non una Francia orgogliosa e prima nazione del mondo, ma una Francia lavoratrice, laboriosa e onesta"; e lo studente italiano Giacomo Ulivi: "Ricordare, siete uomini e avete il dovere, se il vostro istinto non vi spinge ad esercitare il diritto, di badare ai vostri interessi, a quelli dei vostri figli, dei vostri cari. Avete mai pensato che nei prossimi dieci anni si deciderà il destino del nostro Paese, di noi stessi?".

 

Con la Resistenza siamo diventati moralmente adulti
Se con la Resistenza siamo diventati moralmente adulti, la nostra maturità s'è poi svolta secondo le speranze e secondo le prospettive di allora? Non possiamo certamente dirlo. Non possiamo davvero dire che l'augurio del ragazzo Fertet per la sua Francia si sia realizzato, ma io penso - anche se ciò potrà far sorridere gli storici - che nessuna giusta sofferenza vada perduta così come nessun seme resti sterile anche se per dar frutto deve marcire. Thomas Mann introducendo la lettura delle Lettere scriveva che "L'impulso ad avvicinare la vita umana al bene, a ciò che è conforme alla ragione e voluto dallo spirito è un compito imposto dall'alto, che nessun scetticismo può infirmare, a cui nessun quietismo può sfuggire". Così la Resistenza può essere, deve essere considerata; chi la pone sotto il segno di una condotta particolare o chi l'adegua al giuoco dei propri interessi politici ne smentisce evidentemente il significato; un patrimonio tanto ampio diventa bene comune se non va soggetto alle manipolazioni dell'interpretazione interessata o parziale. E' anzi nel considerarla come un punto fermo per la nostra storia, per la storia dell'Europa e dell'uomo che noi ne accettiamo autenticamente l'eredità.
Aprile 1961
(in Violenza anni '60, Vicenza, La Locusta 1963, pp. 39-44)

 

Comitato operativo: Silvano Bracci, Aldo Deli, Emanuele Mosci, Gastone Mosci, Mario Narducci, Angelo Paoluzi, Franco Porcelli, Ernesto Preziosi, Enzo Uguccioni, Giovanni Volpini.

Collaboratori: Gabriele Baldelli, Raimondo Rossi, Maurizio Tomassini.

Aderenti
Circolo Culturale Jacques Maritain, Fano: Francesco Torriani, Enzo Uguccioni, Giuliano Giuliani, Nello Maiorano, Valentino Valentini.
www.agoramarche.it Laboratorio Valerio Volpini per la cultura, la persona e la comunità, Ancona: Girolamo Valenza, Giancarlo Galeazzi, Gastone Mosci, Giovanni Volpini.
Sestante, periodico cultura e società di Senigallia: Franco Porcelli, Sergio Fraboni, Adriano Rosellini.
Novanta9, rivista di lettere arti e presenza culturale, direttore Mario Narducci, red. Angelo Paoluzi, Liliana Biondi, Fabio M. Serpilli, Raimondo Rossi, Maria Antonietta Pezzopane, Mariarita Stefanini.
Circolo Acli-Centro Universitario di Urbino: Giovanni Buldorini, Gastone Mosci, Sergio Pretelli, Alfredo Ferretti, Raimondo Rossi.
Iscop, Pesaro: Mauro Annoni.
Biblioteca Archivio Vittorio Bobbato, Pesaro: Simonetta Romagna.
Acli Provinciali Pesaro e Urbino: Maurizio Tomassini.
Associazione Nazionale Partigiani Cristiani: Giovanni Bianchi.
Conversazioni di Palazzo Petrangolini di Urbino: Gastone Mosci, Giovanni Buldorini, Sergio Pretelli, Paolo De Benedetti, Giannino Piana, Daniele Garota, Germana Duca, Raimondo Rossi, Iaia Lorenzoni, Fabio M. Serpilli, Mariapia Acquabona, Francesco Acquabona, Mario Narducci, Andrea Milano, Piergiorgio Grassi, Narciso Giovanetti, Giustino Gostoli, Adriano Calavalle, Alberto Calavalle.
ANPI di Pesaro: Giuseppe Scherpiani.
ANPI di FANO "Leda Antinori": Paolo Pagnoni.
"Il nuovo amico": Don Raffaele Mazzoli.

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