Fanocittà | Centenario di Mario Luzi 1914 - 2014

 

Mario Luzi La porta del cielo

 

QUANDO LA FEDE E' LA MUSA ISPIRATRICE DELLA POESIA

di Carlo Bo

 

[...] Su Luzi [Stefano Verdino] ha scritto molti saggi e sta curando l'intera opera per i Meridiani di Mondadori. Ora ha stampato delle Edizioni Piemme "La porta del cielo. Conversazioni sul cristianesimo" di Mario Luzi. Una lunga intervista col poeta fiorentino, seguita da tre saggi molto belli, sempre di Luzi, "Leggendo il libro di Giobbe", "Vangelo e poesia" e "Sul discorso paolino". Verdino ha saputo far ripercorrere a Luzi il suo lungo itinerario spirituale, poetico ed anche politico in senso alto, riuscendo a mettere in luce tutti i rapporti percorsi fra l'interrogante Luzi e l'immagine di Dio. C'è una frase di Luzi che ci aiuta a capire meglio l'essenza della sua autentica religione: "Io sono nel mondo e il mondo è quello che è, non ho difeso pregiudiziali, anche se negative". E proseguendo aggiungeva: "Uno cristianizzato fino in fondo sa che è solo una nostra presunzione giudicare il regolare e l'irregolare. La natura è tutta in gioco, forse con questi errori provvede ad altre cose".

 

 

La via salvifica della poesia

 

Luzi contrappone alla concezione del razionale la via salvifica della poesia. Come si intuisce, con questo strumento rovescia quella che è una idea comune di vita regolata, disposta e controllata da puri strumenti umani. La chiave per entrare nella lunga e appassionata conversazione di Luzi con Verdino credo che debba essere individuata in una visione più alta e in una forma di intelligenza che, non si scandalizzi Luzi, ci ricorda l'assoluto bisogno di amore che è stato esaltato in un poeta come Paul Claudel. Infatti, proprio nel secondo saggio, "Vangelo e poesia" (nel paragrafo intitolato "Economia della parola"), allude esplicitamente alla parola"posta in alto". E sempre nello stesso saggio conclude: "il Vangelo è poesia esso stesso, nel senso che poiesis che crea l'esigenza di pensieri, crea pensieri nuovi, esalta l'esistente e l'assente nello stesso tempo", riuscendo così a riscattare quella che Ungaretti chiamava la pena del poeta e a stabilire un rapporto all'apparenza impossibile fra l'imitatore del Creatore e il Creatore stesso. [...]

1997

Carlo Bo

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