Fanocittà | Festival Digitale Valerio Volpini e la Resistenza, 25-31 luglio 2013

Rimini, rimini, strata Rimini

Racconto di Valerio Volpini

Memoria Viva ANPI Speciale 50 Liberazione 1993

Qualcuno del comando dei carabinieri che collaborava con noi aveva fatto sapere che il giorno dopo, nelle prime ore del pomeriggio, il loro piccolo distaccamento al completo avrebbe lasciato la caserma per un paio d'ore perché a Metaurilia c'era stato un attentato alla ferrovia. Avevamo perciò il tempo utile per prelevare le armi in deposito, per noi sempre più necessarie perché, avvicinandosi il fronte, l'afflusso dei giovani nelle formazioni partigiane dell'entroterra era accresciuto mentre si rendevano più difficili i "lanci" degli aerei alleati.


L'estate era ormai piena e per il lettore pignolo posso dire che si era verso la fine di giugno. L'estate del '44 fu molto calda e asciutta e questo aveva favorito il nostro movimento. Ha un motivo questa precisazione: noi della formazione G.A.P. (Gruppo Azione Patriottica) non potevamo andare, di giorno, con le armi lunghe (non potevano neppure portarci dietro lo Sten che nonostante l'apparenza di ferraccio era molto adatto); dovevamo accontentarci di infilare la pistola nella cinta dei pantaloni e coprirla con la camicia lasciata fuori svolazzante (con un buon anticipo sulla moda che sarebbe venuta poi con gli americani). Certo, il piano per fare il colpo era banale: bastava entrare dal muro di cinta sul retro, forzare le porte, caricare su un mezzo qualsiasi e uscire.

 

Davanti alla stazione ferroviaria in mezzo ai tedeschi
Si fa presto a dire. Ma c'era un particolare davanti alla caserma, la stazione ferroviaria era ancora funzionante e intorno brulicavano i soldati tedeschi. Bivaccavano sotto gli alti pini marini che coprivano le aree dove sorgono ora gli edifici dell'ONMI (Opera Nazionale Maternità e Infanzia) e dell'istituto commerciale; c'erano sempre – giorno e notte – ronde che controllavano il movimento dell'ormai immediata retrovia e i civili non si vedevano più in giro perché Fano era stata fatta evacuare. I tedeschi, poi, avevano cominciato a portar via qualunque cosa fosse dotata di ruote. Con questi particolari l'azione poteva anche essere temeraria.
Entrarono Tino, Palin e Turchét che s'erano fatti prestare da Dardari il ciclofurgone: una sorta di baracchino a tre ruote che pareva impossibile muovere quando fosse carico, ma che era il più capace di tutti i ciclofurgoni in giro perché Dardari se l'era fatto costruire su misura della propria forza. Bastava a contenere la trentina di fucili e le casse che dovevano prendere.
Io, Aldo e qualche altro avevamo funzioni "di copertura"; eravamo rimasti a gironzolare in bicicletta e poi ci fermammo – debitamente ignorandoci – in attesa. Avevamo in ogni caso un "volume di fuoco" impressionante: ben sette colpi di pistola a testa e una bomba a mano. Il che significava solo la possibilità di non essere presi vivi.
Mi sedetti all'angolo della via Andrea de' Gabrielli dietro il magazzino di Rupoli, lasciando la bici appoggiata al muretto: dovevo sembrare uno "sfollato", dovevamo passare per "sfollati" anche quando fosse uscito il ciclofurgone carico. Non c'è che dire: tenevo la situazione in pugno! Intanto Tino e Palin tardavano; feci un cenno che Aldo capì al volo; non era sotto gli occhi dei tedeschi come me: scavalcò il muro di cinta della caserma e anchò a sollecitare e ad aiutarli.M'ero raccomandato di mimetizzare bene il carico. "Mettetici sopra un paio di sediacce, qualsiasi accidente che trovate e che possa far sembrare si tratti di roba di casa". Quanto più era alta la percentuale di passare per "sfollati", tanto più era alta la possibilità di farcela: comunque l'indice di credibilità (come usa dire oggi) era piuttostoscarso, non mi facevo illusioni. In giro non c'erano che soldati tedeschi; per fortuna anche loro avevano i loro guai; parecchi erano stravaccati e dormivano.

 

Il ciclofurgone carico di armi
Quando alla curva della stazione apparve il ciclofurgone la paura e l'apprensione si mescolarono anche con un impeto d'ira furiosa. Per tutta mimetizzazione avevano celato il carico sotto qualche coperta militare (quelle scure e puzzolenti) proprio alla faccia della necessità di sembrare "poveri sfollati". Tino ponzava alzandosi sui pedali così che anche il più tonto poteva capire che certo non trasportavano paglia o materassi. Oh quante gliene dissi (mentalmente). Intanto non potevo che star buono spiando intorno se qualche dannato fosse fosse tanto zelante da prenderci in considerazione. Aldo attendeva più in giù, me la prendevo anche con lui per la faccenda delle coperte. Palin aiutava Tino a spingere e quando mi passarono davanti mi rammaricai che – come dovevamo fare – mi ignorassero: avevo preparato uno sguardo "fulminante"!
Giocavamo in equilibrio sulla corda, scommettendo sulla dabbenaggine dei tedeschi: una scommessa un po' folle. Tino, ero sicuro, non pensava ad altro che alla fatica che doveva sopportare: meglio per lui, anche se, insieme a Palin, era nella situazione peggiore.
Allo sbocco di via Vittorio Veneto, girando sù verso l'ospedale, diedi il cambio a Palin e mi misi a spingere il baracchino e lo feci anche per sfogarmi e per dirgli che una razza di incoscienti copme loro non mi riusciva ad immaginarla. Mi guardò come se volesse mangiarmi (e non aveva tutti i torti): "Perché non basta il peso che già c'è?". Era sudato come una bestia.
Ma ormai ce l'avevamo "quasi" fatta; eravamo stati anche superati da un camion. Non degnavano di uno sguardo quei pezzenti di "sfollati". Sentivo quel senso di stanchezza e di svuotamento che si prova uscendo dalla tensione e che la soddisfazione di aver fatto qualcosa di buono trasformava in euforia. Ormai mi era sparita anche la rabbia.

 

Il camion dei tedeschi
All'altezza del muro di cinta dell'ospedale un camion con sei-sette tedeschi, ci sorpassò e ci bloccò all'improvviso. Io gelai. E dire che c'eravamo riusciti! Eravamo usciti dalla trappola ed ora, per caso, c'eravamo piombati dentro di nuovo.
Mi pare che i volti, la grinta, lo sguardo dei soldati tedeschi ci frugassero, che vedessero le nostre armi, il bottino e la nostra paura. I loro pochi gesti mi pariva si stendessero au ralenti per farci soffrire un momento interminabile di paura. "Moriamo proprio davanti all'ospedale" - pensavo - "ci fanno fuori; ci fanno fuori senza neanche disturbarsi a scendere". "Chissà se moriremo tutti".
Mi preparavo a tirare fuori la pistola – sempre senza la sicura – anche io.
La paura era salita proprio a novanta. Ma si ruppe. Ebbi degli istanti di stranissime sensazioni, quasi d'ilarità: una chiarezza di coscienza della morte come fosse appartenuta ad un'altra persona e non a me. Avevo sempre pensato di scrivere qualche raccomandazione per mia madre ma non m'ero deciso mai a farlo. Mi rammaricai per un'insolvenza.
Invece si mosse, appena un po', solo l'autista e fu come sentissi le sue parole prima che muovesse le labbra; in quello stato di lucidità assente i tempi si confondevano. Tino e Palin erano restati impassibili, dovrei dire impietriti.
"Rimini, Rimini, strata Rimini".
Mi risentii il sangue; eravamo di nuovo vivi. Avevo ricominciato la vita e sentito il significato del futuro. Mi scansai dal baracchino mi spostai davanti al camion – anche perché attirando il loro interesse non gli sorgesse, all'ultimo istante, qualche cattivo pensiero o sospetto sul ciclofurgone – e mi sbracciai come nessun vigile saprà mai fare con tanta convinzione.
Ormai ce l'avevamo fatta davvero.
Al quadrivio di via Gabriellangelo Gabrielli si poteva essere sicuri.
Tino proseguì da solo tornando a sbruffare e sudare. Mi gridò di dietro quando lo lasciai: "Lo sai che abbiamo preso anche una tromba? Può servire!". Gli risposi gridando un "insulto" che raccolse come il più cordiale complimento.

 

Valerio Volpini
(in "Memoria Viva", ANPI 50° Liberazione 1993, pp. 38-39, sottotitoli redazionali)

Submit to FacebookSubmit to Google BookmarksSubmit to Twitter