Fanocittà | Festival Digitale Valerio Volpini e la Resistenza, 25-31 luglio 2013

A settant'anni dalla caduta del fascismo

Valerio Volpini e la cultura della Resistenza (prima parte)

di Angelo Paoluzi

 

Valerio Volpini inizi anni 80 Città del Vaticano foto di Tano Citeroni

 

Se Valerio Volpini fosse ancora fra noi completerebbe, come sapeva fare, una sintesi culturale dei settant'anni che ci dividono da quella calda estate del 1943 nella quale cambiò la cifra della nazione chiamata Italia. Lo farebbe con l'equilibrio e la competenza suggeritigli dal suo ruolo di intellettuale, scrittore e critico letterario, e dall'approfondimento di temi civili strettamente connessi con un impegno culturale..

Un dato concreto è la partecipazione di Valerio alla Resistenza in una regione, come le Marche, che ha sentito il peso dell' occupazione. Un giovane cattolico che scommise nella lotta clandestina la sua esistenza. Come il fraterno amico Giannetto Dini, fucilato il 1. aprile 1944, e al quale dedicherà una delle undici poesie partigiane da lui composte; affidando a un breve racconto di vita alla macchia la sua unica, crediamo, nota esperienza narrativa.

 

Letteratura come vita
Allievo di Carlo Bo, riuscirà ad attuarne in concreto quel concetto di "letteratura come vita" che non gli ha mai fatto tralasciare il rapporto con il prossimo, al punto di impegnarlo anche in una esperienza politica come modo di essere "con" gli altri. E la sua appartenenza identitaria non gli impedì di elaborare criteri di ascolto per i quali gli si è riconosciuto il peso di critico militante fra i più autorevoli del suo tempo.
Attento ai valori, Volpini si è mosso con competenza e duttilità fra letteratura, arti figurative, insegnamento e impegno civile e spirituale, presente in quella testimonianza quotidiana che è il giornalismo (come dimostra l 'intensa attività pubblicistica e l'esperienza di direttore de L'Osservatore Romano).
Per ricordare la Resistenza nei settant'anni dalla caduta del fascismo, nell'estate del 1943, partiamo appunto da quella Antologia poetica della Resistenza italiana compilata da Volpini con Elio Filippo Accocca nel 1955, un'opera organica nella cui prefazione si afferma fra l'altro: "Quando diciamo partecipazione dei poeti è chiaro che non intendiamo appena un modo comune di accoglimento della Resistenza: cioè l'aspetto più distaccato e generico, come esaltazione e incitamento, odio o sofferenza. Infatti abbiamo voluto comprendere le maniere varie e a volte distanti fra loro con cui nei versi si è in qualche misura restati legati a quei giorni: dalla ragione tutta propria a quella di tutti".

 

Poesia "della" e "sulla Resistenza"
Volpini preciserà in altra sede (su Civitas, aprile 1955) come "se in Francia si può ancora parlare di poesia della Resistenza da noi, in Italia, sia più logico parlare di una letteratura sulla Resistenza e in questa generica definizione viene del resto legittimata (anche a voler prescindere da tutti gli altri fatti) dalla ragione fondamentale che l'opera d'arte – racconto o romanzo o poesia – è quasi sempre nata come ripensamento e memoria nei giorni della libertà e che solo in via eccezionale poesie e racconti sono stati pubblicati clandestini: la nostra Resistenza ha avuto un periodo assai più breve che negli altri Paesi d'Europa". Sottolineando, giustamente, le differenze fra le poesie di Louis Aragon o Paul Eluard – nel pieno della battaglia – da quelle, anche se di grande dignità formale, successive alla liberazione di capifila come Alfonso Gatto, Franco Fortini, Salvatore Quasimodo, con altri (fra essi il marchigiano Franco Matacotta) di un certo valore letterario. Ad esse, da allora, dopo il decennio seguito alla fine della guerra, come prevedeva Valerio, poco si è aggiunto.


(Fine prima parte)
Angelo Paoluzi

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