Fanocittà | Festival Digitale Valerio Volpini e la Resistenza, 25-31 luglio 2013

A SETTANT'ANNI DALLA CADUTA DEL FASCISMO

Valerio Volpini e la cultura della Resistenza (2)

di Angelo Paoluzi

 

 Valerio Volpini foto di Tano Citeroni

Abbiamo introdotto, nella prima parte di questo omaggio a Valerio Volpini, il discorso attorno alla poesia italiana sulla Resistenza. Sull'altro versante letterario, la narrativa, in due saggi fra il '55 e il '73 pubblicati su Civitas, egli riconosce che "romanzi e racconti nei pochi narratori affermati sono restati sempre una prova secondaria, ma nei giovani fu l'occasione e quasi motivo per la vocazione, ma sempre con la imprecisione delle prime prove. Il diario rivissuto, il bozzetto, la cronaca, hanno in questi ultimi insegnato e dato i termini per una osservazione diversa e più realistica del mondo; e se pure non han dato grandi romanzi, hanno indubbiamente creato gli strumenti perché possano esserci nel futuro. La narrativa della Resistenza è in gran parte dovuta ai giovani, quindi è letterariamente più valida come fatto storico che come vera prova di maturazione letteraria".

 

La narrativa nel contesto storico
Ciò non toglie che – con l'eccezione di Ignazio Silone, scrittore dell'esilio, ma permeato di spirito cristiano (si pensi alle tante figure di preti dei suoi romanzi) – si facciano alcuni successivi distinguo, in un più articolfacciano alcuni successivi distinguo, in un più articolato saggio del 1973, nel quale sono contenuti riconoscimenti a Italo Calvino per "Il sentiero dei nidi di ragno" e a Beppe Fenoglio per "Il partigiano Johnny", giudicato come il miglior prodotto letterario della Resistenza.
Con questo Volpini non voleva negare il valore di testimonianza di quanto si era scritto dopo la liberazione, ma, con grande equilibrio, collocava quei romanzi e quei racconti (con giudizi positivi per alcuni, riduttivi per altri) nel loro contesto storico, da Giorgio Bassani a Carlo Cassola, da Guglielmo Petroni a Mario Tobino a Renata Viganò. Sono dei suoi tempi Vasco Pratolini, Gino Montesanto, Grazia Maria Cecchi, Carlo Coccioli, Nello Saìto, Arrigo Benedetti e altri di cui si occuperà in schede critiche; ma giustamente sottolineando l'eccellenza, anche nel contesto della cultura di un popolo, di un documento come le Lettere di condannati a morte della Resistenza.

 

La cultura dei cattolici e la Resistenza
Sempre rifacendosi a un giudizio di fondo, che non può non essere di merito e che riguarda i cattolici. La cui Resistenza – scrive Volpini nel 1975 in un editoriale su Il Leopardi – "ha certamente una propria specifica connotazione anche se riempie tutti i ruoli: dalla cospirazione all'esilio, dall'opposizione alla lotta armata; e ha anche una sostanza oltre che qualitativa anche quantitativamente enorme. Anche negli anni del fascismo trionfante il mondo cattolico, organizzato o meno, non ha mai coinciso con la prevaricazione fascista e man mano che il fascismo ha svelato il proprio volto l'opposizione è cresciuta con un ritmo quasi naturale. Il cristiano sa infatti di dover dare a Cesare quel che è di Cesare ma nella stessa misura in cui si trova disponibile così è altrettanto inflessibile a non consegnargli quella che è la parte di Dio e in questa parte è compresa l'intransigente difesa della persona, il diritto della libertà come principio e valore di crescita umana e sociale e non certo come vuoto alibi delle strutture politiche".

(2/3)

Angelo Paoluzi

 

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