Fanocittà | Festival Digitale Valerio Volpini e la Resistenza, 25-31 luglio 2013

Giovanni Paolo I e Valerio Volpini

Valerio Volpini dagli anni ottanta

di Fabio M. Serpilli

 

Ancona. Ho conosciuto di persona Valerio Volpini tardi, nel 1986 per una combinazione particolare... Lo seguivo attraverso la rubrica che teneva settimanalmente su Famiglia Cristiana ("Pubblico & Privato") ed ero abbastanza colpito dalla sua sincerità e spesso dalla severità dei giudizi: aveva il 'graffio gentile', un umorismo raffinato ed elegante.


L'ho conosciuto quando, ricorrendo il 50° di attività del pittore di Cupramontana Raul Bartoli, fui invitato a recitare qualche poesia proprio sull'arte con qualche riferimento anche al pittore festeggiato. Si era a Chiaravalle e in un gran salone, adibito a riunione e pranzo. Tra una portata e l'altra il programma prevedeva qualche interludio musicale e uno spazio per la poesia, da me occupato. Io ero alquanto preoccupato quando venne il mio turno di lettura poiché conoscevo la severità di Volpini in fatto di letteratura. Lessi alcuni testi. Alla fine dell'ultimo verso, vedo Volpini farmi cenno con la mano di avvicinarmi a lui. Lo raggiunsi e mi disse: «I suoi testi mi sono molto piaciuti. Venga a trovarmi, ma prima me li invìi e poi mi telefona. Abito a Fano, Via Guercino, 2».


Non so quanti mesi aspettai per inviargli poesie e telefonargli. Senonché fu lui a chiamarmi e con voce anche un po' arrabbiata mi disse: «Perché non mi ha chiamato? Mai successo che chiedo a un poeta di venirmi a trovare e questi non si fa né vedere né sentire». Così preparai il mio malloppetto di poesie e lo andai a trovare. Mi pubblicò varie volte su Famiglia Cristiana anche a fianco di famosi poeti italiani. Non so quante volte l'ho ringraziato tant'è che Lui mi disse: «Ma tu ringrazi troppo!» D'accordo, ma io mica avevo fatto niente per ottenere quei favori. Altri piccoli episodi possono farci conoscere da vicino il suo carattere e la sua spiritualità.


Quando lo andavo a trovare nella sua villetta, mi faceva impressione la immensa scrivania su cui lavorava e trovavo curiosa la sua abitudine di segnare le frasi più importanti su foglietti sparsi sul ripiano. Si vede che li voleva avere a portata di occhi.


Non v'era l'uso così diffuso del computer a quei tempi. Le pareti erano ricche di grandi opere d'arte ed anche sculture.
Quando io, interessato, le guardavo e leggevo i nomi degli autori, lui mi diceva pessimisticamente: «Chissà che fine faranno... ».


Quando mi accoglieva e mi veniva ad aprire la porta, gli scodinzolava vicino, triste un cane e lui commentava: «È mesto come i suoi padroni!»


Una volta, sempre in questa sua sala di studio e lettura, lo vidi a che fare con una sfilza di libri, inviati da autori di tutta Italia. Volevano un parere, un lancio, una recensione... Guardava le prime pagine e poi sconsolato le richiudeva quando i libri erano mal stampati, graficamente 'orrendi'. Lui era stato presidente della Scuola del Libro di Urbino ed aveva un'idea molto alta della pubblicazione, della stampa, del carattere...


Due particolari mi colpirono. Aprì un libro di narrativa e lo richiuse subito non appena vide che l'autore non lasciava margine nella pagina. Commentava: «sarà anche buon scrittore, ma non si può offrire un buon cibo su un piatto indegno! Ti fa passare l'appetito.»


L'altro particolare riguardava un libro di poesie che aprì alla prima pagina. E lo richiuse quasi subito dopo aver letto il primo testo... Io: «Professore, già scartato quel libro?»


E il Professore: «Quando su dieci versi tre sono zoppi significa che il poeta non sa scrivere! Se in un muro vedi uno o due mattoni che sporgono, vuol dire che il muratore non sa fare il suo mestiere!»


Nella corrispondenza tenuta con Valerio Volpini vi sono delle espressioni brevi, rapide che però ben evidenziano la sua visione del mondo. Riferisco un episodio che la dice lunga sul suo modo di essere. Quando una volta gli chiesi che ne pensava di uno scrittore che aveva pubblicato un libro a cui si dava grandi pretese antologiche, Volpini mi rispose: «Non lo conosco!». Non poteva non conoscerlo.


Potrei scrivere ancora ma l'amico Gastone Mosci mi chiede una pagina e io l'ho superata di qualche riga. A proposito della lunghezza degli interventi non posso tacere questo episodio.


In un convegno su un personaggio, cui parteciparono sei relatori tutti schierati nel tavolo con sei microfoni ben disposti davanti alle labbra degli oratori accadde una cosa... volpiniana.


In quella occasione il moderatore chiese agli studiosi di non superare i 15 minuti negli interventi. Un tale (non marchigiano) torturò il microfono (e gli ascoltatori) per oltre 40 minuti. L'oratore successivo era Volpini che con la sua calma e ironia (non priva di sale) iniziò: «Quando si assegna 15 minuti di tempo, occorre rispettare la consegna. Se fosse dipeso da me, avrei tolto il microfono all'esimio... ma, fortunatamente, non sono io il conduttore!» (Fabio M. Serpilli)

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