9. POST FESTIVAL DIGITALE "VALERIO VOLPINI E LA RESISTENZA"
Appendice Festival Digitale "Valerio Volpini e la Resistenza" - 21 febbraio 2014

  Valerio Volpini V

LE RADICI MORALI DELLA RESISTENZA

di Valerio Volpini

Negli ultimi anni si è discusso su quel che è stata la Resistenza: sino a far preferire il silenzio pensando, erroneamente, che questo potesse favorire la pietà. Ma il perdono e la pietà non possono prescindere dalla memoria storica.
A seconda delle scuole storico-ideologiche la Resistenza è stata un tentativo di rivoluzione plitica, guerra civile e liberazione dall'occupazione straniera. A distanza di mezzo secolo e più si può dire che è stata tutte queste cose insieme anche a seconda delle intenzioni dei protagonisti. E' talmente ovvio che non è necessario spiegarlo, anche perché non ci si può limitare a considerare Resistenza solo l'opposizione armata dei partigiani, ma anche quella passiva dei prigionieri nei campi tedeschi o di molti cittadini nelle tormentate città italiane. Due motivi erano però comuni a tutti: liberare l'Europa dall'occupazione nazista resistendo la libertà ai popoli e stroncando l'orrendo disegno dell'Olocausto contro gli ebrei, cui erano stati aggiunti altri milioni di creature umane.

A dimostrare inoppugnabilmente che la Resistenza non è stata solo una vicenda italiana – un'amara guerra civile da dimenticare – va aggiunto che a "resistere" all'ipotesi hitleriana della "pulizia etnica" e di una prospettiva millenaria di una Europa "ariana" è stata la coscienza degli uomini della vecchia Europa e delle democrazie del mondo: è stato il rifiuto di perdere millenni di civiltà e il primato dell'uomo nei confronti dello Stato, la libertà come fondamento di cultura civile.
Sarebbe lungo descrivere quello che fra il 1939 e il 1945 hanno rischiato di perdere gli uomini d'Europa con il radicarsi di una nuova barbarie. Né conta fare calcoli ragionieristici di quanto la Resistenza ha dato alla liberazione nella primavera di mezzo secolo fa. Certo, fu l'opera di una minoranza, ma il soprassalto o il rigore della coscienza c'è stato. Ed è significativo che alla partita giocata tanto crudelmente nel vecchio continente abbiano, in sostanza, partecipato schiere di giovani giunti da molti continenti, quasi testimonianza visibile che non di confini o d'interessi economici si trattava, ma della nozione stessa di civiltà. Quelle croci bianche che segnano tanti luoghi del nostro continente parlano della grande scommessa di sacrificarsi in nome dell'uomo contro il disumano.

Radice spirituale per una libertà che volle essere fraternità contro l'odio teorizzato e applicato. Una forte scommessa sull'amore, ove entra anche la comprensione e la pietà per quanti, in buona fede e per ingenuità, avevano preso la parte degli aguzzini. A distanza di mezzo secolo dalla vittoria della Resistenza, il ricordo vale per unire e non certo per dividere. Senza però confondere il vero con il falso.

1995

Valerio Volpini

(da "Famiglia Cristiana", n. 19/1995)

 

 Aldo Deli Raimondo Rossi

IL BOMBARDAMENTO DEL 17 APRILE 1944

di Aldo Deli 

Nell'aprile 1944 Fano subì 21 incursioni di aerei alleati: naturalmente e purtroppo ci furono morti e feriti fra i civili. Oltre ai ponti sul Metauro gli alleati avevano preso di mira la stazione ferroviaria che nei loro rapporti (è fonte documentatissima il libro di Gastone Mazzanti "Dalle vie del cielo a quelle della città").

Gravissimo il bombardamento del 17 aprile. Sessant'anni fa le bombe sganciate da 12 aerei Marauders sudafricani scortati da 6 Spitfires (i famosi Sputafuoco) colpirono duramente via Nolfi. Gli edifici centrati dalle bombe sono ora scomparsi e sostituiti da nuove costruzioni. Furono allora colpiti: la filanda Solazzi, la vecchia sede delle Maestre Pie Venerine, la farmacia Sant'Elena aggregata all'Istituto tecnico commerciale (ex ospedale di Santa Croce) che poi verrà totalmente spianato in un successivo bombardamento, il portico e la chiesa di Santa Croce. Fu colpita anche la chiesa di S. Agostino che non crollò del tutto ma vide invece crollare il soffitto reso famoso da una prospettiva secentesca del fanese Giovanni Battista Manzi (già attribuita a Francesco da Bibiena) raffigurante S. Agostino in gloria.

Non so se nella stessa occasione dalle bombe fu provocato uno squarcio nelle mura malatestiano-pontificie, soprastanti la linea ferrata, che mise in luce, come scrisse il Selvelli, "un paramento secolare in grossolano opus reticulatum" (sic!), muro di origine romana del quale successivamente, riparando le mura, il geom. Menegoni del Genio Civile ebbe la felice idea di lasciare scoperto un breve tratto.

2004


Aldo Deli

(da, "I merli di Fano", a cura di Enzo Uguccioni, Fondazione Cassa di Risparmio di Fano, 2008, p. 211)

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