10. POST FESTIVAL DIGITALE "VALERIO VOLPINI E LA RESISTENZA"
Appendice Festival Digitale "Valerio Volpini e la Resistenza" - 28 febbraio 2014

  Valerio Volpini con Egidio Mengacci

1.

UN'ALTRA RESISTENZA

di Valerio Volpini

In occasione del cinquantenario della Liberazione si è detto e scritto molto di quello che ha significato la Resistenza per il nostro Paese. Usciti dalla passionalità e dalle contrapposizioni, i giudizi sono diventati più pacati e si è fatta strada la comprensione e la pietà per i caduti della Repubblica di Salò. Per vero, in molti questi pensieri c'erano stati anche nel passato e la riconciliazione è cresciuta naturalmente. Merito, una volta tanto, dell'umanità e civiltà degli italiani.

Sono entrati di recente nel contenzioso storici come Renzo De Felice ("Rosso e nero") o giornalisti come Giorgio Bocca ("Il filo nero") e, poi, parlando di questi libri, filosofi come Norberto Bobbio, guida culturale della sinistra, o Indro Montanelli, decano del giornalismo liberal italiano. Tutti d'accordo nell'invitare a leggere i fatti senza passionalità e tutti d'accordo a provare una giusta "pietà per la storia" (quella che è la sofferenza della "scabra scorza della storia", come diceva un filosofo tedesco).

Ma i fatti danno tutta la verità? E il valore del giusto è tutto nei documenti? Dio ci guardi dal negare la verità della ricerca con la quale si scrive la storia, ma a patto di non tacere dello spirito e della libertà che, spesso, passa nella intelligenza e nel cuore.

D'accordissimo: la Resistenza è stata una scelta di pochi, ma perché non ricordare che non è stato un fenomeno che riguarda solo l'Italia, ma tutta l'Europa e tutte le democrazie che, magari malvolentieri, sono intervenute contro le tirannidi nazionaliste, razziste e millenariste? Perché la Resistenza dell'Europa, di pochi, o di tanti, è stata un soprassalto della coscienza di civiltà, dalla quale nessuna politica o consapevolezza umanistica può prescindere.

(in "Famiglia Cristiana", 42/1995)

Valerio Volpini

 

2.

HANNO AMMAZZATO DUE RAGAZZI

di Aldo Deli

Fano. Benché pieno di difetti e di omissioni anche gravi (certi vuoti per fortuna sono stati colmati dalle pagine di Gastone Mazzanti, "Dalle vie del cielo a quelle della terra") è sempre interessante leggere qualche pagina di cronaca fanese della seconda guerra mondiale nel libro di Giuseppe Perugini oggi introvabile.

A pag. 73 si legge: "oggi 23 settembre (del 1943 n.d.r.) si ha a Fano il primo fatto di sangue. Un soldato tedesco di guardia alla caserma Sant'Agostino (in effetti, si trattava di un accantonamento ricavato dall'Esercito Italiano in un'ala del seminario vescovile, n.d.r.) è alla prese con dei ragazzi che non vogliono tenersi lontani dalla sentinella; la guardia tedesca minaccia di sparare, poi spara con lo scopo di spaventare e allontanare i ragazzi, che continuano a far ressa sulla porta della caserma".


In seguito il Perugini, che non era fra i testimoni oculari della tragedia, freddamente e un po' distrattamente aggiunge: "Com'è, come non è, forse l'intenzione del soldato era di sparare in alto, ma i colpi sono partiti in anticipo ed hanno colpito tre ragazzi, due dei quali mortalmente: Renata Marconi di anni 14 e Temistocle Paolini di anni 8".

Qui finisce l'asciutta narrazione del Perugini sulla occupazione tedesca della "Sant'Agostino". La sua annotazione ha solo un carattere burocratico; ma il fatto, a ben pensarci, ha un valore emblematico ben diverso. I due ragazzi poco dopo morirono tra la disperazione attonita dei parenti e degli amici. La città, come già il Perugini dice, non si scosse più di tanto.

La guerra aveva indurito gli animi, la paura li aveva crocifissi: non ci furono né atti di ribellione contro gli occupanti tedeschi né proteste clamorose. I due ragazzi, innocenti, erano andati verso la caserma di Sant'Agostino dietro l'esempio degli adulti che in quei giorni tumultuosi del settembre 1943 avevano fatto man bassa di quanto avevano trovato nella caserma più importante della città; vogliamo dire la caserma "Paolini", dalla quale però non fu sottratto nemmeno un fucile.

Quei due poveri ragazzi erano davanti alla caserma di Sant'Agostino sperando di trovare un po' di cibo o qualcos'altro che fosse di sollievo alle dure privazioni della guerra; invece trovarono ingiusta e crudele morte.

Il duplice omicidio risulta solo dai certificati necroscopici. Non erano partigiani, non erano eroi: quasi tutti si dimenticarono della loro assurda morte, come se si fosse trattato di un gioco.

Sarebbe bene che per ricordare il fatto e tramandarlo alla memoria dei posteri il Comune di Fano ponesse sul posto una lapide che fosse di ammonimento e insegnasse il giusto errore che la guerra, la violenza e la poca stima dell'altrui vita possono generare.

(in "I merli di Fano", a cura di Enzo Uguccioni, Fondazione Cassa di Risparmio di Fano 2008, pp. 209-10.)

Aldo Deli

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