19. POST FESTIVAL DIGITALE "VALERIO VOLPINI E LA RESISTENZA"

 

Arnoldo Ciarrocchi e Valerio Volpini 

 

1.

DOVE SARA' MAX?

di Valerio Volpini

Arrivai in montagna, intorno a Cantiano e al Catria nell'Appennino marchigiano, qualche giorno dopo il Natale del '43. Era andata così. Dal comitato di liberazione nazionale della città (di Fano) ci avevano detto di rispondere alla chiamata dell'esercito di Graziani per fare propaganda fra le reclute perché disertassero e poi di andarcene quando ci fosse stato in vista qualche spostamento. Una sera degli ufficiali tedeschi ci passarono un esame umiliante: palparono le braccia di alcuni che stavano schierati (senz'armi naturalmente) per sincerarsi se potevamo funzionare come "carne da lavoro". D'altro non si fidavano, ma al fronte c'era bisogno di molte braccia di "schiavi". Appena notte tagliammo la corda e con noi se ne andarono tanti.

Arrivai in bicicletta per la Flaminia a tappe accuratamente prestabilite e a Cantiano attesi un paio di giorni prima che qualcuno venisse a rilevarmi per andare nell'interno. Eravamo distribuiti in famiglie di contadini, poverissimi, in case ancora più povere. Trovai due compagni di scuola, due slavi, un russo – Sergio – e un ragazzo: "Sono tedesco ma ebreo", e lo disse con allegria. Erano messi male – i miei concittadini no, erano venuti su poco prima di Natale – ma gli altri indossavano ancora quel poco che avevano in campo di concentramento da dove erano stati lasciati fuggire dopo l'8 settembre.

C'era la neve alta e diedi in giro quel che avevo nella valigia. Max l'aveva guardata con occhi di ragazzo e doveva avere non più di quindici-sedici anni. Era più giovane di me che ne avevo appena compiuti venti.

Stava un po' curvo e camminava dondolando, a gambe larghe, come se fosse perennemente stanco e non si separava mai dal suo piccolo fucile e non toglieva neppure per dormire (sulla paglia nella stalla) una bombetta nera che gli dava un'aria un po' buffa e un po' patetica. Era scappato anche lui da un campo di internati dell'Umbria e mi raccontò che era stato fortunato perché anni prima era stato mandato dai suoi in Italia da una famiglia di parenti ebrei come lui. I suoi genitori e una sorella e altri parenti erano morti dopo aver fatto il giro in diversi lager.

Era sempre affamato e divorava la scodella di fave lessate o le scatolette di verdure condite (mai capito donde venissero) e una fetta di pane nero. Sorrideva Max quando gli passavamo qualcosa della nostra razione che il capofamiglia distribuiva con rigorosa equità. Se alla spicciolata ci capitava di andare a Cantiano per incontrare qualcuno dell'organizzazione, non ci dimenticavamo di prendere qualcosa da mangiare per lui.
Parlava un buffissimo italiano mescolato di frasi umbro-tedesche, ma si faceva capire benissimo. In certe giornate improvvisamente esplodeva per la gioia incontenibile d'essere vivo e con noi e ci dava gran pacche. Poi tornava silenzioso e distaccato.

Un giorno era andato tutto solo a valle (eravamo ancora senza un capo e ognuno si regolava alla meglio) e tornò rimorchiando un fascista. Era raggiante e voleva che lo processassimo. Ci volle del bello e del buono per spiegargli che aveva un'uniforme ma era solo una guardia forestale e col fascismo non c'entrava per nulla. Ci rimase molto male nel dover annullare la sua vittoria privata. Se ne stette più imbronciato del solito.

A distanza di cinquant'anni ho pensato a Max incontrando un amico che qualche tempo dopo era giunto al distaccamento. Aveva saputo che, finito tutto, Max era andato a Roma. Era riuscito a conoscere anche dove abitava, ma c'era andato più volte e più volte aveva bussato e atteso a lungo. Mi disse che aveva avuto l'impressione che Max fosse in casa ma che non volesse palesarsi. Forse erano tornate più cupe quelle ombre che gli toglievano la parola cacciandolo nella solitudine. Povero, caro Max.

(in "Famiglia Cristiana", n. 40/1993)

Valerio Volpini

 

 

Carlo Bo nel suo studio

 

2.

IO, CATTOLICO, TREMO E SPERO

di Carlo Bo

 

Per quanto mi può soccorrere la memoria, quand'ero giovane non si distingueva mai l'ebreo dal cristiano. Per fortuna non avevamo avuto nessun Drumont né a nessuno era venuto in mente di scrivere una "Italia ebrea". Le cose sono mutate ufficialmente con le leggi razziali nel 1938 e sono cambiate in due modi: per i veri cristiani la persecuzione aveva accresciuto lo spirito di carità verso gli ebrei, per gli altri (pochi) era un pretesto per mascherare lo spirito di sopraffazione e quindi sostituirsi agli ebrei nei posti più ambiti. Ci fu dolore e sorpresa, tett'e due questi sentimenti provocati anche al fatto che eravamo stati messi davanti a un fenomeno sconosciuto. Anche quando si pregava in chiesa – il giovedì santo – per i "perfidi ebrei" si sapeva benissimo che si trattava di un riferimento storico e non di una realtà antica, tramandata e conservata nei nostri cuori.

L'antisemitismo, dunque, non entrava nelle nostre ragioni spirituali e se si confronta la situazione italiana con quella francese, si vede che nella cultura della Francia c'era un filone ben riconoscibile di avversione e di guerra ideologica che noi non abbiamo mai avuto. Così quando si cercò di imbastire una qualche tradizione antisemita in Italia, ci furono dei tentativi miserabili di dare credito a una voce del tutto gratuita e casuale.

E oggi? Per molti anni dopo la fine della guerra non c'è stata più alcuna ragione di risuscitare gli antichi mostri ma le cose sono cambiate e stanno cambiando oggi per colpa dello spettacolo di violenza quotidiana che giornali e televisione registrano ed esaltano. Bisogna però stare attenti a non confondere quella che è la politica di Israele, dello Stato di Israele, e l'essenza dello spirito ebreo. E' la situazione che ha alterato non solo i rapporti fisici ma ha contribuito a inquinare quelli spirituali.

Penso, dunque, che da parte del cattolico, quale riesco a immaginare con il soccorso della mia esperienza e con l'esempio di spiriti che sento più vicini, non esiste alcun pericolo di ricadere nell'antisemitismo.

 

E' chiaro che il cristiano non può e non deve fare altro che auspicare e sollecitare lo spirito di pace ma una cosa è respirare in questo clima, un'altra cosa è passare tutto nel registro della condanna assoluta o tornare nella "perfidia" degli ebrei e quindi muovere in guerra, come si erano mossi i nazisti e i loro servi.

Purtroppo c'è nel nostro cuore uno spazio riservato alla violenza, al ricatto, alla rivalsa ma penso che il cristiano sappia opporre le necessarie difese a questo tipo di aberrazioni. Direi che se potessimo immaginare il vero cristiano di fronte al dolore e alla vergogna di questi giorni insanguinati dovremmo ipotizzare la figura di un uomo che, al di là delle ideologie e delle convenienze politiche, sappia sempre distinguere le colpe di chi sbaglia, l'errore dalla natura e dalla verità di un popolo.

Del resto, ben lo dovrebbero sapere i responsabili della politica israeliana, ci sono delle scelte che comportano equivoci e interpretazioni assurde e impossibili.

 

Non antisemitismo, no, non credo che il corpo dei cattolici possa essere accusato di quest'antica vergogna che, del resto, non ha mai allignato nel nostro Paese: dolore invece e protesta, stupore e invocazione di pace. Che poi ci siano – come si sono sempre – dei profittatori, della gente che coglie il momento per inseguire altri progetti, non può certo interessare il cristiano e questo perché non deve essere mai tentato di sciogliere nel lago della violenza lo spirito di verità. Sarebbe colpevole risuscitare i mostri dell'antisemitismo, è invece spiegabile che contro il silenzio e l'oblio si scelga il segno della ragione, il rispetto della verità.

Ecco perché mi sembra non giusto parlare di antisemitismo; certe preoccupazioni, certi stupori nascono dal vedere tradito lo Spirito, quello Spirito a cui si riferiscono ebrei e cristiani insieme. Per quel molto che ci unisce non possiamo né tacere la verità, lo spettacolo delle cose e neppure ferirci, dilaniarci, passare all'esclusione e alla separazione.

 

15 maggio 1988

 

Carlo Bo

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