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Premio Nazionale di Cultura Frontino Montefeltro 2018 XXXVII Edizione

in Cultura
Premio Frontino Montefeltro, 7 ottobre 2018. Da sx il Sindaco Andrea Spagna, il Vincitore Ilvo Diamanti, il ceramista Raimondo Rossi e il magnifico rettore, Vilberto Stocchi

Il Premio Nazionale di Cultura Frontino Montefeltro XXXVII Edizione si svolgerà domenica 7 ottobre 2018 ore 10 nel Complesso monumentale di Montefiorentino con premi per L’arte di vivere, la Cultura marchigiana, la Cultura del Montefeltro, l’innovazione scolastica “Antonio Mariani”, l’ambiente del Parco Sassi Simone e Simoncello,le umane diversità, Stili di cultura del Rotary Club di Urbino, il Personaggio del Premio in onore a Carlo Bo, Tonino Guerra, Valerio Volpini, Italo Mancini, Pino Paioni. Il Comune di Frontino con l’Università Carlo Bo di Urbino, la Regione Marche, l’Unione Montana del Montefeltro. Il premio di cultura più interessante e antico delle Marche.

ELENCO VINCITORI 2018

Premio Nazionale di Cultura Frontino Montefeltro Ed. XXXVII

Prove di Cultura al San Girolamo  Mercoledì 8 agosto 2018

L’incontro è dedicato ad una fase interlocutoria del Premio 2018 per rendere visibilità alle attività che vengono svolte nel corso delle varie edizioni. Appuntamento con amministratori e collaboratori delle attività culturali, i membri delle giurie, alcuni vincitori di altre edizioni, amici affezionati al Premio, testimoni della cultura e della cittadinanza. Per lavorare insieme (ore 11-16, anche le mostre) in incontri riservati alle giurie, incontri comuni, concerto

11h Chiesa del Monastero. Il Premio Frontino Montefeltro nel dialogo con il volumetto “Antonio Mariani. Il Sindaco”, Quaderno del Consiglio Regionale delle Marche, 173, Aprile 2015. Saluti del Sindaco Andrea Spagna e del Magnifico Rettore Vilberto Stocchi.

Incontri che si svolgono nella mattinata.

Mostra di Libri premiati nelle varie edizioni, Elenco Premiati (Roberta Raggi)

Mostra di Ceramiche di Raimondo Rossi, legate al Premio, introduce l’Autore.

Mostra di Medaglie di Guido Vanni, legate al Premio, introduce l’Autore.

Mostra della rivista d‘arte “Prima del Vischio”, Urbania, direttore Raimondo Rossi, edizione originale di piccolo e medio formato dal Natale 1981 ad oggi, fascicoli 31. Introduce il direttore Rossi.

11h30 Stanza del Cenacolo. Si riunisce laGiuria di Cultura marchigiana(Vilberto Stocchi, Gastone Mosci Giorgio Nonni, Gian Italo Bischi e Sergio Pretelli).

12h Stanza del Cenacolo. Si riunisce laGiuria “L’arte di vivere” (Vilberto Stocchi, Gastone Mosci, Peter Aufreiter, Giorgio Calcagnini, Tommaso di Carpegna Falconieri e Andrea Spagna).

12h20 Stanza del Cenacolo.  Giuria del Personaggio  in rappresentanza delle Istituzioni: Vilberto Stocchi, Andrea Spagna, Luca Ceriscioli, Daniele Tagliolini, Guido Salucci e Ferruccio Giovanetti.

12h30 Stanza del Cenacolo.Si riuniscono i referenti varie Giurie: Umane diversità, Ambiente, Cultura del Montefeltro, Stili della cultura, Premio Antonio Mariani (Andrea Spagna, Ferruccio Giovanetti, Guido Salucci, Giampiero Sammuri, Antonio De Simone, Roberto Imparato, Andrea Paolinelli, Claudio Gualandri).

13h Chiesa del Monastero..Concerto d’organo del Maestro RaimondoRossi.

13h30 Buffet

15h Chiesa del Monastero. “La cultura tra Marche e Montefeltro”.  Conversazione e conclusioni dei partecipanti e presentazione della rinnovata  rivista cartacea. “Novanta9” L’Aquila 2018 (già edita 2003-2012), direttore Mario Narducci (intervengono Germana Duca e Gastone Mosci).

Questa proposta è corredata da una articolazione che vuole rilanciare il Premio nella sua fase di svolgimento. Le novità rispetto all’incontro di Frontino del 26 giugno 2018. Le Mostre di cose fatte al Premio (Raimondo Rossi Ceramica e Guido Vanni Medaglie), i Libri sono presi nella Biblioteca comunale (per l’occasione sarebbe interessante trovare un “volontario” che possa dedicarsi poi alla Biblioteca almeno un pomeriggio alla settimana, 2-3 ore). Novità: il concerto dell’organista Raimondo Rossi.  Altra Novità: coinvolgere scrittori e intellettuali impegnati nell’editoria che si rinnova (Mario Narducci, Germana Duca). Raccordo con luoghi di cultura del territorio.

 

A Bernardo Valli L’arte di vivere per il prestigioso libro “Il senso di un luogo. Nelle terre di Urbino”. Un libro d’arte fotografica e d’umanità

di Gastone Mosci

Bernardo Valli è un personaggio che si eclissa nello straordinario teatro    rinascimentale rappresentato dal Palazzo Ducale, si nasconde ma riesce a interpretarne l’imperscrutabile dimensione intellettuale, vive un contesto secolare ma anche moderno: si adatta allo spirito culturale e spirituale della sua città di nascita, Urbino, e porta con sé l’inquietudine della scelta: vive in mezzo ai libri ma è affascinato dalle immagini. Il risultato più immediato che si lega alla sua figura, al suo rispecchiarsi nella città e nella vita, nell’università e nella terrestrità, al suo intrecciarsi con “L’arte di vivere”, è rappresentato dal suo ultimo libro, “Il senso di un luogo” che si trova “Nelle terre di Urbino” – il    sottotitolo – (Liguori Editore 2018): un’opera affascinante per la fotografia, per il contesto che illumina, per le pagine su autorevoli autori, per un mondo non già segreto ma non ancora svelato: il senso di un luogo è dato dal paesaggio, il paesaggio nutre l’arte di vivere. Il paesaggio è, il paesaggio è la conquista ora rivelata, è l’anima visibile delle terre di Urbino.

Valli fotografo lo rappresenta con l’icona delle due cime dei Torricini del

Palazzo Ducale, con la visione dei Sassi Simone e Simoncello, con la fuga del profilo di San Marino, di tutto il territorio che comprende il Montefeltro e il suo vento, le sue torri, le sue colline, le sue anime. Le montagne dell’Appennino urbinate nutrono l’arte di vivere. Dice un maestro del cinema e suo maestro,  Wim Wenders: “I paesaggi danno forma alle nostre vite, formano il nostro carattere, definiscono la nostra condizione umana. E se sei attento a loro e acuisci la tua sensibilità nei loro confronti, scopri che hanno storie da raccontare e che sono molto più che semplici ‘luoghi’” (p. 141). In linea con questo, il pensiero di Carlo Bo nel quarto di copertina. “Allora possiamo dire che Urbino resta  inviolabile o offerta alle ragioni della poesia che non appartengono né alla memoria degli uomini né alla violenza delle cose. Chi se ne va, chi parte si porta dietro per sempre questo esempio unico di equilibrio spirituale. Un dono che il tempo non potrà più nascondere o corrompere”.

Il libro di Bernardo Valli, “Il senso di un luogo. Nelle terre di Urbino”, ha vinto il Premio Nazionale di Cultura Frontino Montefeltro 2018 Edizione  XXXVII nella sezione “L’arte di vivere”. Bernardo Valli è prorettore delle relazioni esterne dell’Università Carlo Bo di Urbino, preside di sociologia, studioso di cinema (già allievo e docente nel Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma con Roberto Rossellini), esperto di grafica pubblicitaria (già allievo e docente dell’Isia di Albe Steiner), fotografo con l’amico Massimo Dolcini.

(Gastone Mosci)

 

Raimondo Rossi, Piatto in Onore di Bernardo Valli, ceramica, L’arte di vivere del Premio Frontino Montefeltro Ed. XXXVII 2018.

A Ilvo Diamanti

Il Premio Frontino Montefeltro 2018

Da Urbino a Frontino con Ilvo Diamanti

di Gastone Mosci

Ilvo Diamanti ha ricevuto, il 7 ottobre 2018 a Montefiorentino, il piatto artistico del ceramista Raimondo Rossi, che va al vincitore del Premio Nazionale di Cultura Frontino-Montefeltro 2018 Ed. XXXVII nella sezione Personaggio. Dalla caduta del muro di Berlino, Ilvo Diamanti appartiene alla cultura urbinate e del Montefeltro: ha realizzato nell’Ateneo di Carlo Bo un luogo di indagine e di riflessione politica, un laboratorio che ha trovato la strada del quotidiano la Repubblica e con le sue rubriche, le  “Mappe”, politiche, elettorali, di situazione, in “tempi tristi”, in “tempi strani”, ma governabili, almeno con l’intelligenza e la carità, ha reso un riconosciuto servizio di cittadinanza alla cultura della società italiana. Dopo la  scomparsa di Carlo Bo, ha rappresentato Urbino   mettendo la sua scrittura a servizio dell’università nella crisi del nuovo e  l’ha salvata: è stata accolta  come università dello Stato. La Città Campus appartiene alla comunità nazionale, è pubblica, conosciuta nel mondo, nella rete di regole legate alla Costituzione  repubblicana. Ma ha anche aiutato la cittadinanza a capire l’idea di servizio agli studenti, a via di un  dialogo nuovo.

Nel suo testo, “Teatro unico”, pubblicato nella cartella d’arte della Scuola di Grafica dell’Accademia di Belle Arti di Urbino per il Natale 2014, Diamanti esprime la pienezza del sentirsi urbinate e parigino, comunica i segni della sua vita, comunica il suo modello d’umanità. Il Presidente Giorgio Londei, nel saluto d’apertura, ricorda l’essenza dell’Accademia e  di Urbino, luoghi di formazione e d’arte ricchi di un autorevole corpo docente. Potrebbe sembrare il saluto ai due grandi incisori, amici di Diamanti,  Giovanni Turrìa e Gianluca Murasecchi, che per 11 anni hanno guidato il mondo della grafica urbinate dal colle di Raffaello.  E pone in rilievo anche il direttore Umberto Palestini la magnificenza delle due incisioni, che accompagnano la cartella, esprime meraviglia, “di qui l’impressione di teatro”, posta a titolo della pubblicazione.

La malìa del teatro, un “teatro unico”, accompagna la riflessione di un intellettuale vero, come Ilvo Diamanti. Teatro a Urbino è un giro d’orizzonte che entra nella natura e nel paesaggio, nei luoghi da lui abitati come Urbania, dove ha soggiornato, l’Appennino, i suoi fiumi che         scorrono verso l’Adriatico.Il paesaggio richiama l’altro libro premiato al Frontino, “Il senso di un luogo” (Liguori Editore 2018)  di Bernardo  Valli con tante foto e la citazione in apertura di Eugenio Turri (“Il Paesaggio come teatro”): “Il paesaggio non è soltanto, come lo intendono i geografi, lo spazio fisico costruito dall’uomo per vivere e produrre, ma anche il teatro nel quale ognuno recita la propria parte facendosi al tempo stesso attore e spettatore”. Questo mondo viene poi interpretato dagli artisti con il bulino, Murasecchi, e con l’acquaforte, Turrìa, due fogli di una bellezza assoluta “architetture senza tempo” del primo e “preziosi intrecci” del secondo, scrive Palestini: autori che sembrano dialogare con Paolo  Volponie de “Le Porte dell’Appennino”. Rimando per una presa di conoscenza diretta al blog   urbinovivarte.com  diretto da Oliviero Gessaroli. Un segno di gratitudine visibile.

(Gastone Mosci)

Raimondo Rossi, Piatto in Onore di Ilvo Diamanti, ceramica, Premio speciale Personaggio del Premio Frontino Montefeltro Ed. XXXVII 2018.

UN TEATRO UNICO

di Ilvo Diamanti

Sono arrivato a Urbino 25 anni fa. Mentre cadeva il muro di Berlino. Anche se, ovviamente, non c’è paragone fra i due eventi. Ma, per me, hanno costituito entrambi una svolta biografica. Una frattura. Nel caso della caduta del muro, come per tutti: ha cambiato il mio sguardo sul mondo, ma anche il mio orizzonte politico e di valore. Nel caso del mio approccio con Urbino: ha cambiato la mia vita, la mia storia personale. D’altronde quando sono arrivato, “il mio primo giorno di scuola”, da (giovane) professore a contratto, ho capito subito che difficilmente me ne sarei andato. Perché lassù, quassù, ti senti in un altro mondo. In un’altra dimensione. E te ne accorgi prima, mentre arrivi, mentre scali la collina. Quando, di lontano, tra gli alberi, scorgi le mura e i torricini del Palazzo Ducale, che si fanno, via via, più grandi. E sempre più vicini. Così, da  allora, ho intrapreso un lungo viaggio, che si ripete quasi ogni settimana. Ogni volta circa 700 km., per andare e tornare. Mi hanno chiesto in tanti, e continuano a chiedermelo, perché, dopo tanti anni e tanti kilometri, non me ne sia andato altrove. In altre città e università più “grandi”. Oppure più vicine a Caldogno, dove risiedo con la famiglia. Le opportunità, francamente, non mi sono mancate. Anche molto di recente. Però, alla fine, non l’ho fatto. Sono rimasto a Urbino. Perché da 20 anni insegno “anche” a Parigi, durante il secondo semestre. Ogni primavera. E ciò spiega “una”  delle ragioni per cui sono rimasto. Perché il viaggio, per me, non è una perdita di tempo, una fatica. Non solo, almeno. E’ un po’ come la vita. La mia vita. Un viaggio continuo. Mai fermo. Sempre alla ricerca. Ma con  alcuni riferimenti fissi o ricorrenti. Dove stazionare. Sempre in viaggio, ma sempre a casa mia. Perché dove insegno, dove lavoro, io metto su casa. Spazi piccoli, ci mancherebbe. Non solo per le spese, ma perché non riuscirei a gestire ambienti impegnativi. Però, meglio pagare un mutuo che l’affitto o una stanza di albergo. Così, quando vengo a Urbino, in modo continuo e frequente, nel corso dell’anno, io mi sento e sono a casa mia. Ed è un privilegio, vivere in un luogo tanto bello. Con tanta storia. Immerso fra tanti giovani. D’altronde, Urbino è, in prevalenza, una città di studenti. I residenti, in maggioranza, sono usciti fuori dalle mura della città e hanno “ceduto” (ma forse meglio dire affittato), agli studenti e all’università, il centro storico, con le sue piazze, i suoi uffici, le sue strade strette. Così gli “anziani”, come me, sono facilmente identificabili. Turisti o professori. Con la differenza, evidente, che noi, i professori, siamo “a casa nostra”. Anche se, come i turisti, ci sorprendiamo sempre. Io almeno, quando mi guardo intorno, non riesco a restare indifferente. Neppure dopo 25 anni. E ogni volta mi soffermo sulla fortuna che ho. Venire “pagato” per fare quel che mi piace e farei comunque: studiare e insegnare. E poi vivere  a Parigi. Ma, soprattutto, a Urbino. Un teatro unico. Dove da anni recito,  interpretando il duplice personaggio del viandante-abitante, del viandante-viaggiatore. Se non con successo, almeno (spero) in modo credibile.

Natale  2014

(Ilvo Diamanti)

 

Il libro di Gabriele Ciceroni su Carlo Antognini

di Gastone Mosci

Gabriele Ciceroni è di Corinaldo, si è laureato  in Filosofia all’Università  La Sapienza di Roma e in Lettere all’Università Carlo Bo di Urbino con  la tesi su Carlo Antognini (1937-1977), scrittore e editore di Ancona,  discussa con il prof. Salvatore Ritrovato. Ha pubblicato il suo lavoro  accademico con il titolo “La stanza dell’infinito. Carlo Antognini e la cultura marchigiana del Novecento” (Ancona, il lavoro editoriale, 2017).  E’ docente a Milano. Il suo saggio è impegnativo e inquietante perché è il  primo studio organico intorno a un grande personaggio anconetano, Carlo Antognini, che a mio avviso sboccia come un fiore prezioso e unico, come gli  artisti di “Marche Arte ‘74, a cavallo degli anni ‘60 e ‘70.

Antognini era una creatura del miracolo visibile: era sapiente, un grande lettore e povero, poverissimo, figlio del proletariato ferroviario, bloccato a letto, il gesto della mano con la quale scriveva ma la sua scrittura era una  sorgente di parole musicali. Viveva in famiglia, solo eppure  assediato, con un prete che ne seguiva la formazione. .

Gabriele Ciceroni ha organizzato il suo lavoro seguendo precise linee di ricerca: il contesto letterario nazionale e regionale,  le sollecitazioni, la rete. In primo piano va Carlo Bo, gli scrittori che sono collegati all’università urbinate, i luoghi accessibili della poesia e del romanzo: il dialogo è con Leopatdi e con Giulio Grimaldi. Gli spazi nei quali porsi sono molti, contano quelli accessibili: la persona impara a studiare e a leggere, è un nuovo corso con nulla di scontato.

Antognini si avvicina al mestiere del lettore, al lavoro di chi ama il libro, prima di tutto a leggerlo, poi a possederlo, poi ancora a produrlo: due personaggi sono decisivi: Francesco Carnevali e Valerio Vopini, Il primo,   urbinate, gli apre la mente  con il racconto della Scuola del Libro (vorrebbe pubblicare quella storia e gli passa tutto il suo materiale, quanto si sapeva sul libro e sull’incisione), il secondo lo apre alla  organizzazione culturale (gli cede il posto di collaboratore a Rai Marche, lo invita nella varie collaborazioni giornalistiche, Volpini tiene, chiamato da Carlo Bo, all’inizio degli anni sessanta, a tenere dei corsi universitari a Urbino su naturalismo e realismo).

Gabriele Ciceroni non è insensibile a queste situazioni ma segue la vicenda Antognini con lo scrupolo del ricercatore e del frequentatore di biblioteche. I due grandi libri di Antognini, “Scrittori marchigiani del Novecento” in due volumi e il Catalogo “Marche Arte ‘74” basterebbero a  segnalarlo come grande autore. Ma in più ci sono le Edizioni L’Astrogallo, 1973 con in testa il romanzo di Giulio Grimaldi, incisioni di Mario Bellagamba, fino al febbraio del 1977 quando Antognini muore con in mano le bozze di “Canzoniere d’amore” di Franco Matacotta, e Pericle Fazzini incisore. La storia continua con il dibattito sulla “marchigianità”    senza molta fortuna. Vivo, invece, il rapporto con autori e collaboratori come Valerio Volpini, Plinio Acquabona, Brenno Bucciarelli, Fabio Cicerooni, Mario Bellagamba, Stefano Troiani, Ermete Grifoni, Franco Brinati, Valeriano Trubbiani, Franco Scataglini, Massimo Raffaeli, Raimondo Rossi, Luciano Bongiovanni, Ercole Bellucci, Sono alcune delle persone, di parte marchigiana, che  hanno tenuto contatti operosi con Carlo Antognini.

(Gastone Mosci)