Il dialogo di Adriano Ciaffi
In memoria di Adriano Ciaffi pubblichiamo una bozza della rassegna scritta da Gastone Mosci con la quale, a partire dalla descrizione dello stato dell’arte delle riviste di cultura e politica delle Marche, elenca gli argomenti ed i punti di interesse sui quali si è incentrato il dibattito politico marchigiano.
Viene ricordato il contributo che l’Onorevole maceratese ha dato al dibattito politico e sociologico italiano mediante la fondazione e la cura di riviste quali “Marche Anni Settanta”, “Il Mese” ed il laboratorio culturale e politico di “città regione”.
LINEE DI LETTURA DELLE RIVISTE DI CULTURA E POLITICA
di Gastone Mosci
1. La cultura delle riviste
La cultura del Novecento passa ancora attraverso le riviste, che sono il luogo della dichiarazione, della creatività (e della ripetitività), un campo senza confini, straordinario. Nelle Marche avviene un’esperienza comune alle regioni storiche e ricche di cultura. L’attenzione è prima di tutto per la politica (è tipico delle regioni povere, dice Carlo Bo). La seconda metà dell’Ottocento è senza grandi personalità (resta la memoria di Leopardi) e quindi un’omologazione nazionale (la rete dei notabili). La prima metà del Novecento esprime qualche spiraglio nell’arte e nella letteratura: la Scuola del Libro di Urbino, l’Università urbinate con Magistero, Giovanni Crocioni, Adolfo De Carolis, don Romolo Murri (per dire della cultura della politica), la nascita della Galleria Nazionale delle Marche a Urbino con Luigi Serra (e la sua rivista).
Nella seconda metà del Novecento il territorio delle riviste è ampio, va ancora studiato, è una selva di dedizione culturale e di sorprese. Non esiste ancora un censimento anche se segnalo due luoghi di riferimento: la donazione Enzo Santarelli all’Università di Urbino (schedata e in consultazione presso l’Emeroteca) e la biblioteca del Consiglio regionale delle Marche.
Per necessità ,e me ne dolgo, la mia comunicazione non è esaustiva delle riviste ma soprattutto di quell’espressione della ricchezza culturale ed esistenziale degli intellettuali marchigiani, espressione di mille mondi vitali (non solo i preti, i borghesi, i professori, i funzionari ma anche i contadini, gli operai, la gente di paese, in luoghi dalle risorse spirituali inesauribili).
2. La politica: la “città regione”
L’idea maggiore, che attraversa la società marchigiana e il panorama delle riviste, è legata ancora alla politica nella sua dimensione umanistica, nell’immagine della sua espressività sociale, nel rapporto fra società rurale che evolve in società industrializzata, vale a dire la politica nel modello della “città regione”. Non come corpo ideologico né come rappresentazione delle tradizioni ma come interpretazione della storia sociale delle cento città, del rapporto città-campagna, dell’articolazione geografica di una regione a pettine dall’Appennino all’Adriatico, molto abitata nella campagna e nei piccoli centri. Vorrei dare un’immagine visiva dell’idea di “città regione” attraverso i paesaggi agricoli di Mario Giacomelli e le sue visioni dei poveri vecchi distrutti, della giocosità dei pretini, degli sguardi di vita dei giovani. Ecco, l’emblema della “città regione” è rappresentato dalle visioni e dalla poesia del fotografo di Senigallia.
“Città regione” vuol dire anni Sessanta, una presa di coscienza della realtà sociale marchigiana, di città e di paesi sparsi ovunque, di lavoro diffuso nelle forme dell’artigianato e dell’operosità familiare, di piccole imprese che evolvono. Ma anche di strade da articolare e di industrializzazione da incrementare. L’idea si sviluppa all’interno di una rivista di Macerata, “Marche ‘70” (1967-1971) con Adriano Ciaffi e Luigi Cristini, il politico e l’architetto, personaggi affascinati dal personalismo di Mounier e dall’umanesimo integrale di Maritain (altra storia è quella di Adriano Olivetti a Ivrea, che modella la sua azienda su quegli stessi imput francesi con al centro la persona e la comunità). Quell’idea diventa storia di impegno politico, di prassi progettuale e di prospettive culturali all’interno del nuovo assetto amministrativo regionale. Con due riviste che continuano quella storia sociale negli anni Settanta, Ottanta e Novanta: “Il Mese” (1974-1992) e poi “Città regione” (1996-1999). Interlocutori ed oppositori ce ne sono a iosa: all’interno della stessa dc ed anche nei partiti d’opposizione. “Città regione” come chimera? come sogno? come utopia? Sì e no di tutto questo: ma utopia come speranza, come possibilità dei molti, della comprensione di una realtà vera, di modelli spirituali marchigiani presenti (il cristianesimo vissuto nell’espressività del francescanesimo e della devozione mariana, una religiosità popolare forte, che traduce resistenza e civiltà).
Queste tre riviste maceratesi, che si succedono (“Marche ’70”, “Il Mese”, “Città regione”) dagli anni Sessanta alla fine del secolo, esprimono non solo la politica ma la centralità di un modello di sviluppo personalizzato e comunitario, la realtà delle Marche al plurale, della regione che esce dall’impoverimento antropologico dell’emigrazione, che trova la sua crescita industriale lungo la costa, ma anche con intenzionalità diverse: la grande esperienza di industria nel territorio, come Merloni nel fabrianese.
A questo modello di sviluppo diffuso e sostenuto nel territorio non guardano inizialmete la sinistra storica che vorrebbe subito le Marche industrializzate e con le grandi città nel cuore del proprio progetto politico e sociale. Però sono freddi al riguardo anche gli economisti -insieme ai politici moderati- delle strutture governative e dell’università, coloro che sostengono come necessità l’avvento della società dei consumi e la presenza di un welfare articolato principalmente sulla società industriale. Le Marche vincono con naturalezza la sfida della modernità e dell’industrializzazione, assumendole alla propria dimensione antropologica ed economica: la “città regione” con naturalità e con intelligenza politica diventa modello di sviluppo. Direbbe ancor oggi Adriano Ciaffi: della “città regione” vanno esaltate queste versioni: la pianificazione territoriale, lo sviluppo economico-industriale d’impronta culturale che si distingue dalla “via adriatica allo sviluppo”, la dimensione comunitaria inserita nell’ambiente.
Su questa visione generale dagli anni Settanta ad oggi sì è verificata una convergenza di riviste con “Il Leopardi”, “Piceno”, “Proposte e ricerche”, “Il Nuovo Leopardi”, “Marchingegno”, “Marche 1999”, “Sestante”, “Quaderni Marchigiani di Cultura”. Oggi, l’opinione politica diffusa, espressa anche dalle riviste culturali, sostiene la vasta articolazione di “città regione”.
3. Lo sviluppo storico
Ho parlato della presenza delle riviste, poi della maturazione di una realtà sociale che diventa progetto politico, appunto la “città regione”, ecco nel terzo punto lo sviluppo storico delle riviste ed un’altra linea editoriale forte, le pubblicazioni collegate alla sinistra storica ed al partito comunista ed alla sua evoluzione.
Anni ’50 e ’60
Sono poche le riviste di cultura perché la regione è povera. Sono presenti i periodici politici perché la politica attrae ed è sostenuta elettoralmente. Due linee egemoni: l’anima marchigiana della tradizione e la sinistra storica. Lo sviluppo comprende l’agricoltura, l’artigianato, la piccola impresa industriale, l’emigrazione, la crescita della costa. C’è chi guarda ad una nuova fase industriale e alla programmazione, il manager e l’economista, Mattei e Fuà. Più che le riviste sono le grandi istituzioni culturali a determinare l’indirizzo politico-sociale: le università, le varie Accademie, le diocesi, l’associazionismo democratico. I cervelli se ne vanno, gli intellettuali continuano a formarsi in diaspora (Italo Mancini, Paolo Volponi, Libero Bigiaretti, Marcello Camilucci, Leopoldo Elia, i fratelli Pomodoro), altri restano (Valerio Volpini, Sergio Anselmi, Carlo Ceci, Mario Giacomelli, Walter Piacesi, Giorgio Bompadre, Renato Bruscaglia, Valeriano Trubbiani).
Anni ‘70
Il decennio più ricco e creativo di riviste. Periodo militante e di laboratorio (fra contestazione universitaria. e crisi delle ideologie). L’idea prima in tutte le riviste che nascono: la realtà regionale, le Marche al plurale, la marchigianità, l’avventura regionalista. Gli intellettuali continuano a formarsi in diaspora, però nasce il giornalismo impegnato, il “pendolarismo culturale”, la “residenza”. Seconda idea: aprire il dialogo e dare conto delle proprie identità culturali e politiche e un po’ ideologiche (è la tesi di “Marche oggi”: “come uscire nelle Marche dalla condizione di divisione e di contrapposti arroccamenti tra ‘culture’ e tra forze sociali e politiche, guadagnandone in identità, in peso contrattuale nazionale, e anche in capacità di essere protagonisti nella gestione della propria crescita”). Gli eventi: il centro sinistra, poi la solidarietà nazionale, il delitto Moro, la lotta comune al terrorismo. I rapporti con le istituzioni, i partiti, gli enti pubblici verso una democratizzazione maggiore; le Università evolvono costruttivamente e positivamente.
Anni ’80
Sono gli anni del prepolitico, della crisi dei partiti, delle domande di rinnovamento in tutti i campi della società, della politica e della cultura. Questa si articola con le agenzie culturali e con l’associazionismo. Si ricercano le iniziative leader (protagonismo, effimero, contenitori culturali, giacimenti culturali). Le idee? Le forme della cultura: presenza, mediazione, paradosso (Italo Mancini).
Il dibattito prosegue sino agli Anni ’90 con la fine della politica, la visione etica e il dibattito sulla globalizzazione. Vince la cittadinanza civile.
Anni ’50 la ricostruzione delle Marche e l’emigrazione verso la costa e verso l’esterno.
Anni ’60 la rivoluzione del Concilio, la nuova cristianità, la regione fra società dei consumi e contestazione universitaria, l’idea di programmazione.
Anni ’70: le Marche, il regionalismo.
Anni ’80: l’Europa s’impone. E’ finita la diaspora e si articola il pendolarismo culturale, il protagonismo universitario.
La sinistra storica
La proposta riguarda due decenni molto ricchi: gli anni Settanta con l’avvento della Regione e quindi un periodo caldo della politica anche a seguito della contestazione studentesca, e gli anni Ottanta che esprimono il prepolitico, la società, la creatività, le trasformazioni sociali compresa la caduta delle ideologie, il tempo dell’etica (il filosofo Italo Mancini). Anni Settanta: la politica. Anni Ottanta: l’etica. I due decenni, come anche gli altri, sono attraversati da un’intensa pubblicistica della sinistra e da una convergenza sui grandi nodi regionali della governabilità, della politica, della ricerca e della creatività.
In questo ambito un ruolo importante è dato dal Circolo Gramsci e dall’Istituto per la storia del movimento di Liberazione di Ancona. Con la pallida presenza della proposta socialista nei meccanismi del potere: “1999 Marche”, votata all’effimero.
L’apporto comunista è notevole con “Marche nuove” di Enzo Santarelli, “Rinnovamento”, “Marche Oggi” (anni Settanta), “Marchingegno” (le Marche e la politica, l’utopia dell’industrializzazione; Mariano Guzzini: la linea della sinistra, del pci, Ancona come città portuale, l’opposizione alla governance). Poi, la compartecipazione alla evoluzione della politica, la governabilità, la gestione comune delle risorse politiche e culturali. Fino al centro sinistra di solidarietà e ad una collaborazione all’interno di un quadro politico generale.
Marche oggi (1974)
Ancona, settembre 1974 – agosto 1980, 22 fascicoli, direttore Mariano Guzzini, trimestrale Pci, poi bimestrale indipendente di ricerca sociale, politica e culturale, si rifaceva graficamente all’americana “Monthly Review” e a “Il Contemporaneo”. Tre fasi di vita: sett.’74-ott.’76 linea confronto fra le culture; poi genn.’77-marzo ‘78 di area, da regionale a nazionale, prospettiva di governo regionale; poi crisi di ruolo in una politica opaca.
Proposte e ricerche (1978)
La rivista, Senigallia, 1978, formato cm. 23×16, continua fino al 2002, direttore Sergio Anselmi, prima serie presso l’Università di Urbino con Carlo Bo che scrive: “Dallo studio del passato, da questo modo di rappresentare per documenti il tempo perduto e assolto -quando lo sia- nel cuore e nel sangue della nostra civiltà risulta evidente e necessario l’impegno per inventare e scrutare l’immagine possibile del futuro”. La premessa di Sergio Anselmi: quaderni rivolti al “lavoro contadino” più che alla “civiltà rurale”, strumento di documentazione e riferimento all’agricoltura con voci anche testimoniali e della scuola.
Prisma (1982)
Ancona, 1982, rivista trimestrale dell’Ires (Istituto Ricerche Economiche e Sociali), terza serie novembre 1996 continua , formato A4 cm. 30×21, ora al n. 22, fascicoli n. 17. La rivista interpreta il nuovo corso politico-economico degli anni Novanta, è sempre più aperta, è collegata al sindacato di sinistra, è indirizzata ai problemi regionali nazionali ed europei, partecipa sostanzialmente ai problemi della “città regione”, è espressione del mondo universitario anconetano ed anche delle altre tre università marchigiane. Animatore è Ugo Ascoli. Lo sviluppo editoriale parte dall’economia regionale per poi fare riferimento ad un archivio storico di carattere marchigiano, segue il dibattito articolato sui grandi temi del momento (la comunicazione informatica, federalismo, relazione Banca d’Italia, riforma costituzionale, sanità, turismo, finanza, politiche giovanili, donne, privatizzazioni, partecipazione democratica, flessibilità, benessere, nuovi contratti). Il n. 6 (febbraio ’98) è dedicato al Programma Regionale di Sviluppo: desiderio di un nuovo welfare e di innovazioni istituzionali, “la stagione dello sviluppo ‘spontaneo’ appare ormai definitivamente tramontata; stiamo entrando sempre più in una stagione ‘sistemica’ … privatizzazione … libero gioco delle forze di mercato … interdipendenza … confini tra pubblico e privato … cultura universalistica” (è sempre Ugo Ascoli).
1999 Marche (1983)
Periodico di cultura e politica, Ancona, 1983 – 1987, 10 numeri più il numero zero, nove fascicoli, formato cm. 34×24, pp. 34 – 60 – 76. Il numero zero della rivista inizia con un discorso programmatico incentrato sulla regione: il programma ricorre sempre in chi vuole iniziare una presenza ed una elaborazione politico-culturale. In questo caso notiamo un indirizzo politico di area, preciso, legato alla gestione del governo regionale, e quindi con personaggi di spicco del mondo socialista: Claudio Martelli, Emidio Massi, Angelo Tiraboschi. Ecco l’avvio ben articolato della rivista, che s’inserisce subito nel contesto politico marchigiano:
“Mille 999 Marche, una rivista, un club che si affacciano per la prima volta sulla scena della regione. La scena, a dire il vero, un po’ deserta di una regione schiva che si conosce poco e poco si fa conoscere. Una regione ‘al plurale’, alla continua ricerca di una propria identità/unità e che pure ha un grande presente con immense possibilità, non avendo pagato a prezzi troppo alti le trasformazioni di cui è stata protagonista, ma soprattutto un grande futuro capace di coniugare benessere e civiltà, utilità e bellezza. Il futuro, insomma, delle Marche del 1999, cui il club e la rivista guardano. Intraprendiamo questo viaggio di conoscenza del presente e di prospettiva per un domani non troppo lontano, con la volontà di cercare la strada della concretezza, stanchi di una cultura che continua a prospettare irraggiungibili e non godibili giardini, senza saper rimuovere le erbacce dal suo orto. La nostra chiave di interpretazione per giungere alla scoperta del presente ed alla progettazione del domani è nell’uomo, con la sua forza, le sue idee, la sua volontà, la sua fantasia. Un uomo che nelle Marche è stato l’artefice del passato, è la struttura portante del presente e sarà il punto di riferimento su cui costruire il futuro (…)”.
Il piano politico è chiaro: ci troviamo nell’insieme di un’elaborazione che cerca di gestire il consenso politico e che quindi si appresta a sviluppare attraverso la rivista alcune linee d’indirizzo, specie nell’approccio giornalistico dell’intervista e nella sempre più suggestiva impostazione grafica. Di cosa si parla? Di letteratura, teatro, arte, beni culturali, musica, sviluppo culturale, territorio, lavoro, tradizioni, moda, musei, organizzazione dei contenitori per affrontare in modo dialogante il “pianeta Marche”, per stupire e stimolare la curiosità e la conoscenza della regione. Ma qual è il cuore del problema? La “città-regione”. E il primo intervento di punta, sempre nel numero zero (è un fascicolo di riferimento anche grazie all’intervista al presidente Emidio Massi), è del suggeritore del club e della rivista, l’architetto Mario Canti, il quale così introduce: “Da oltre venti anni la realizzazione di una ‘città-regione’ nelle Marche viene indicata come un obiettivo fondamentale da tutte o quasi le forze politiche e sociali della regione”. Ma la città-regione, per Canti, è solo un’affermazione, un’ipotesi, un’attenzione alle politiche territoriali, slogan elettoralistico, nient’altro. Anzi, qualcosa sì: “appassionata e fallimentare speranza di realizzare lo sviluppo nella staticità”, perché il progetto viene da un ambiente di formazione cattolica e di estrazione rurale quindi votato alla conservazione. Come legge poi Canti il profilo delle Marche? Con l’occhio del tecnico che arriva e vuole mettere ordine, perché ha una formula. Ma il modello della “città regione”, individuato promosso e realizzato da “Marche ‘70”, è altro, come anche il modello marchigiano di sviluppo sostenuto dalla sinistra e dalla scuola di Fuà, almeno negli anni Sessanta-Settanta, non riconosce ancora il valore delle cento città, dei mille mondi vitali, del rapporto solidale città-campagna, dell’artigianato familiare e diffuso, dell’industrializzazione inserita nel territorio. La rivoluzione industriale -se si può usare quest’espressione- nelle Marche avviene all’interno del processo di crescita e di modernizzazione dello sviluppo economico della regione, si matura negli anni Sessanta e Settanta insieme al suo approccio tecnologico. A parte queste osservazioni, va detto che Canti riesce a smuovere le acque perché propone la necessità di nuovi strumenti organizzativi e di nuovi coinvolgimenti, e quindi è alla ricerca di uno spessore politico in quel modello. La rivista riesce a presentare la ricchezza culturale e antropologica che nelle Marche esiste, e che viene regolarmente messa sotto accusa dalla cultura della massificazione che si può ritrovare in quella stessa area politica.
Il mondo cattolico democratico
Il mondo democristiano esprime a Pesaro nel ’50 la rivista “Periferia”, legata a Dossetti, e nel ’60 a Macerata “Il democratico”: sono due periodici aperti, non di studio e di ricerca ma di una politica nel solco fanfaniano. La nuova sensibilità politica è cultura dei centri studi, come anche in “Prospettive marchigiane”, e quindi welfare state e progettualità. Su questo filone, tra storia recente e continuità, ecco un’espressione marchigiana nuova originale autonoma propositiva: “Marche ‘70”, “Il Mese”, “Città regione” (Emeroteca Università di Urbino): la politica, il modello regionale di sviluppo, l’Ente Regione, la progettazione politica, la linea ciaffiana, Macerata.
“Città regione”, n.1, febb. ’96, p. 3: “coscienza d’insieme” come identità e coscienza regionale; città-regione: “il modello di sviluppo marchigiano ancora “tira” e con la forza dei suoi mille mondi vitali di famiglie, di piccole e medie imprese, di comuni, di università e di associazioni, organizzati nel disegno della città-regione, può essere anche domani la carta vincente rispetto ad altri modelli…” (un modello di spessore personalistico e comunitario).
Come interpretare la situazione? L’economista Giorgio Fuà è la cartina di tornasole dello sviluppo del modello marchigiano: “Prospettive Marche” 1960, “Città regione” 1996, in questi due luoghi sta lo specchio del suo pensiero.
Una diversa linea culturale, più umanistica, è collegata all’università di Carlo Bo, a questo personaggio unico nel panorama religioso e sociale italiano, e ad alcune testate: “Il Leopardi”(‘74-‘76) di Valerio Volpini, “Hermeneutica” (‘81-‘91) di Italo Mancini, “Il Nuovo Leopardi” (‘82-’97) di Gastone Mosci, Hermeneutica nuova serie (’94 ss.) di Piergiorgio Grassi e Graziano Ripanti: il pensiero e la prassi, le nuove frontiere, le nuove culture, il sistema Volpini, il nuovo umanesimo di Carlo Bo, Mancini e la teologia nell’università, la centralità di Urbino (tutte Emeroteca Università di Urbino).
Le riviste nascono all’interno delle istituzioni oppure liberamente, le prime sono spesso progetto freddo, passaggio d’idee consacrate, desiderio di presenza e di mediazione, le seconde interpretano il paradosso,sono autonome, quasi tutte resistono con il volontariato.
Economia Marche (1976)
Rivista di cultura industriale, Fabriano, 1976, in corso, 8°, mensile, è il periodico della Fondazione Aristide Merloni fondata nel 1963 e promossa da Francesco Merloni con il compito di sviluppare la cultura e la ricerca in ambito industriale con convegni, ricerche e pubblicazioni nel territorio marchigiano. E’ collegata ai ricercatori della facoltà di Economia e commercio di Ancona. Si segnala subito almeno con due fascicoli: nel 1978 su “La direttrice adriatica allo sviluppo economico del Mezzogiorno”, nel 1980 su “I problemi dei paesi a sviluppo tardivo”. Dal 1982 diventa trimestrale sotto la direzione di Gianmario Spacca con questo nucleo d’elaborazione a cavallo degli anni Ottanta: l’individuazione della “via adriatica allo sviluppo” e del relativo “modello marchigiano”, anche con l’illustrazione del modello Merloni nel territorio fabrianese. Fra le istanze del “piccolo è bello” e l’avvento del peso dei mercati europei e della globalizzazione, la rivista privilegia l’attenzione verso Occidente con “Lo sviluppo umbro-marchigiano verso gli anni Novanta”. Da una parte funziona la difesa della rete delle piccole e medie imprese nel territorio e dall’altra viene sostenuta l’innovazione tecnologica a fronte delle esigenze di carattere nazionale. Il lavorio di grandi economisti ed intellettuali di spessore nazionale (Fuà, Andreatta, De Rita, Prodi) determina un’immagine nazionale di grande consenso, che però non raccoglie la sfida politica marchigiana del progetto di “città regione”, sempre considerato ai margini di quell’esperienza.
Piceno (1977)
Periodico del Centro studi storici ed etnografici del Piceno, Ascoli Piceno, 1977 (dic. 1990), formato 4°, fascicoli n. 18 (Emeroteca Università di Urbino), direttore Alvaro Valentini,
Attenzione alle Marche, alla marchigianità, “In un senso o nell’altro le Marche sono state idealizzate, le loro caratteristiche hanno finito per costituirsi come una somma di ‘curiosità’ che possono colpire il viaggiatore frettoloso, il turista, ma turbano profondamente l’abitante e, comunque, sconcertano l’osservatore che non si accontenta di metafore e di miti…”. Il direttore osserva le Marche e i marchigiani fra passato e futuro: l’agricoltura, che è “il fondo della nostra civiltà”, l’industria “incipiente alternativa” di una regione ai margini; “la nostra arcaicità non è una veste splendida: è la struttura delle nostre ossa”. E pur nelle analisi archeologiche, storiche, antropologiche, si muove una continua scoperta dell’identità picena. La parte moderna della rivista è attivata dall’attenzione ad artisti e scrittori: Scipione, Matacotta, Licini, Ercolani ed altri.
Marche contemporanee (1984)
Sassoferrato, 1984 (fino 1992), formato cm. 24×17, fascicoli n. 5, direttore Gianfranco Brocanelli, animatore p.Stefano Troiani, inoltre undici quaderni monografici fino al 1995. La rivista vuole essere uno strumento per stimolare e pubblicare ricerche sulle varie espressioni della presenza dei cattolici nelle Marche con particolare attenzione al periodo della Resistenza. E quindi orientare nuovi studi sulla storia locale favorendo tante piccole esperienze rimosse. Il contributo di apertura è di don Italo Mancini su “La Resistenza come categoria”, categoria di lotta contro ogni forma di male, categoria giuridica di ‘diritto di resistenza’, ribellismo ed etica della responsabilità. Seguono studi ed interventi su un nuovo spaccato documentario firmati da Brocanelli, Aldo Deli, Corrado Leonardi, Renzo Armezzani, Galliano Crinella, Elvio Mancinelli, Emo Sparisci, Fabio Toccaceli, Dalmazio Pilati, Gualberto Piangatelli.
Quaderni Marchigiani di Cultura (1985)
Rivista trimestrale a cura dell’Istituto Marchigiano J. Maritain, Ancona, 1985 – 1999, formato cm. 23×16, fascicoli n. 22, direttore Giancarlo Galeazzi; direzione: Attilio Moroni, Alberto Niccoli, Serafino Prete, Alfredo Trifogli, Valerio Volpini.
L’editoriale di apertura -come gli altri a seguire- è firmato da Alfredo Trifogli con due accenti di richiamo: “l’assenza nella nostra regione di una forte coscienza regionale”, la rivista come luogo di presenza dei “cattolici marchigiani che operano in campo culturale ed artistico”. Il problema generale è quello della “elaborazione progettuale” e di contro “lo spirito individualistico e campanilistico”. L’onda dei Quaderni appare più d’identità e d’appartenenza. Per questo la rivista si presenta con due sezioni: il dossier (con tanti contributi) e la vita culturale regionale. L’Istituto organizza incontri e convegni che trovano il riscontro editoriale nei Quaderni, che nelle intenzioni dei fondatori dovrebbero assumere un ruolo formativo (Galeazzi dice: come le riviste “Humanitas” o “Studium”). Ecco alcuni temi d’avvio: Personalismo cristiano e scuola italiana, Conoscere Maritain, Il movimento cattolico: problemi generali regionali, Cattolici e istituzioni culturali nelle Marche, Regione e cultura, Gli studi religiosi nelle Marche, Protagonisti del personalismo italiano, Per un patto etico comune, Leopardi e noi in prospettiva Duemila. Come si articola l’indirizzo della rivista? Tiene soprattutto conto dell’esperienza culturale religiosa e politica legata alla figura di Maritain. Nel secondo fascicolo sempre del 1985, Trifogli scrive: “Non è facile, in questo campo (la rivista che corrisponde alle effettive esigenze ed aspirazioni dei cattolici), tracciare ricognizioni e bilanci a livello regionale, dal momento che la nostra regione è prevalentemente costituita da un arcipelago di piccole isole separate da profondi ed infidi mari, che solo qualche ingenuo utopista o qualche ricercatore sostenuto da metodologia scientifica tenta di solcare: se non andiamo errati, è la prima volta che nelle Marche nasce una rivista con queste caratteristiche e con queste finalità”. L’orizzonte critico della rivista comprende la letteratura, l’arte, la vita ecclesiale ed anche un modo prezioso di registrare l’attività dell’associazionismo culturale. Il panorama marchigiano di pensiero negli anni Ottanta è molto ricco, in linea con il dibattito nazionale: i Quaderni compiono un’opera di registrazione e sono un ponte fra la marchigianità e la cultura nazionale.
Sestante (1986)
Periodico di arte, cultura, società nella provincia marchigiana, Senigallia 1986, fascicoli n. 70 in corso, formato A4, pp. 24 – 28 – 32. Maggio 1986, primo fascicolo, discorso di apertura con due sensibilità: la prima d’ordine spirituale (“L’esigenza di fare un giornale è sempre per prima cosa un’esigenza spirituale positiva, perché tutto quello che implica una circolazione di idee ed una riflessione su di esse è espressione di vitalità”.), l’altra d’indirizzo programmatico (“Il tentativo di ‘Sestante’ vuol essere quello di capire ed interpretare il presente, anche attraverso il passato, per fare il punto della situazione e con la consapevolezza che i problemi, anche quelli più quotidiani, possono essere risolti al meglio solo in una sintesi operativa che nasce da una maturazione della volontà, di punti di riferimento, di valori, di idee-guida che possono informare la costruzione di un futuro migliore”.). Gli argomenti? La vita politica, sociale, economica, culturale, religiosa di Senigallia, attraverso la redazione, espressione di una cooperativa culturale molto operosa e in creativa relazione con Mario Giacomelli, Fabio Ciceroni, Valerio Volpini, Marcello Camilucci, Marinella Bovini, Dario Mazzanti, Elvio Grossi, Raul Mancinelli, Mario Cavallari, Lanfranco Bertolini, Franco Porcelli, Sergio Fraboni, Vittorio Mencucci, Fabrizio Chiappetti, Eleonora Lucchetti, Marco Severini. Ecco, nel corso di due decenni, alcuni numeri monografici sempre legati alla città ma di notevole e continuo riferimento: la fiera di Senigallia, indagine sul volontariato, la scuola e il mondo del lavoro, la stampa e l’informazione, la politica culturale nel territorio miseno, la donna e i fotografi, la donna e gli scrittori, la donna e la pittura, i centri storici, Mario Giacomelli, il poeta Umberto Marvardi, lo scrittore Luciano Anselmi, il critico letterario Valerio Volpini ed in generale la politica. Non contributi di carattere teoretico ma indagini e analisi sui problemi e sugli eventi. Una rivista nel cuore della “città regione” con un centinaio di seminari all’attivo.
Quaderni di Scienze Religiose (1992)
Rivista dell’Istituto superiore di scienze religiose Redemptoris Mater della CEM, Loreto e poi Ancona, direttore Odo Fusi Pecci e poi Giancarlo Galeazzi, 1992, in corso, formato cm. 24×17, fascicoli n. 17.
Il periodico è sempre più autorevole: da miscellaneo ed espressione dell’istituto diventa spesso monografico su temi teologici qualificanti. Così lo ha presentato nel primo editoriale del 1992 mons. Fusi Pecci: “Oltre infatti all’impegno dell’insegnamento della propria disciplina, i nostri professori portano un qualificato contributo alla ricerca coniugando la teologia con la storia e illuminando la storia con la teologia”. Ed i riferimenti alle Marche sono sempre molti, ad esempio nel 1992 la religiosità popolare marchigiana di Italo Tanoni, nel 1993 il numero monografico su “La nuova evangelizzazione nelle Marche” in preparazione al grande convegno di Loreto (saggi dell’intellighenzia cattolica marchigiana: Duilio Bonifazi, Giancarlo Galeazzi, Giuseppe Cionchi, Baldassarre Riccitelli, Antonio Quagliani, Giovanni Di Cosimo, Paola Olivelli, Alberto Niccoli, Giuseppe Dall’Asta, Aldo Compagnucci), nel 1993 il discorso religioso di Loreto, nel 1994 ecco gli interventi su economia ed etica, su bioetica ed il sociale in collaborazione con l’Ateneo anconetano.
4. Conclusione aperta
Quale cultura esprimono le Marche nella seconda metà del Novecento? Nella risposta di studiosi ed operatori culturali che s’interrogano spregiudicatamente, insieme a scrittori e giornalisti, e a docenti universitari, la tesi prevalente propone che la politica abbia dominato lo scenario regionale con qualche apporto umanistico: il modello che si è maggiormente sviluppato ed imposto riguarda la “città regione”, un riconoscimento comune che rappresenta l’immagine, il logo e l’identità marchigiana, da un punto di vista economico, amministrativo, sociale e culturale. Dall’idea di programmazione (Enrico Mattei e Giorgio Fuà) e di modello della “via adriatica allo sviluppo” si procede verso una comprensione storica e progettuale della realtà marchigiana, espressa nell’avvento della Regione (non carne solo per economisti ma consistenza per politici ed intellettuali): il modello è prima di tutto antropologico, con origine nel territorio regionale, poi umanistico, culturale (Adriano Ciaffi e Giovanni Cristini) e religioso (la cultura del francescanesimo e la pietà della devozione mariana). Si tratta di una visione che riguarda l’uomo e la comunità (Valerio Volpini e don Italo Mancini), le città e i paesi, la campagna e anche il lavoro artigianale, i mondi culturali e lo sviluppo industriale (i Merloni).
Al modello politico-culturale della “città regione” va unita la cultura dello sviluppo, interpretata dalle istituzioni presenti nel territorio, pubbliche e private, con il risultato di rendere tuttavia salda e visibile la relazione istituzionale di una regione al plurale, articolata a pettine, fra agricoltura e industrializzazione, fra emigrazione e residenza, fra le città dell’anima nell’Appennino (Carlo Bo e Paolo Volponi) e grandi centri lungo l’Adriatico. Si tratta, in definitiva, del capitolo delle istituzioni, compresa l’Università, che ha avuto un grande ruolo di formazione.
E’ presente anche l’arte collegata alla Scuola del Libro di Urbino, un luogo di grande formazione di artisti, di stampatori, e quindi stamperie ed editoria (L’Astrogallo, Bucciarelli, La Nuova Foglio, La Pergola, Stamperia dell’Arancio).
La questione della “città regione” è originale e sorprendente perché s’identifica con il modello marchigiano di sviluppo, il forte ruolo delle istituzioni è connesso all’articolazione regionale ma è ugualmente significativo di un’intensa realtà sociale, le manifestazioni d’arte e della grafica richiamano la straordinaria presenza della scuola artistica urbinate e di tanti maestri (Francesco Carnevali, Leonardo Castellani, Arnoldo Ciarrocchi, Carlo Ceci). Ecco dunque un bilancio, mai definitivo, articolato anche in tanti rivoli d’interessanti esperienze creative, che pongono l’uomo e la gente, la bellezza e il lavoro, al centro della spiritualità e dell’operosità dei marchigiani.