Adriano Calavalle è il più interessante incisore della terza generazione della Scuola del Libro di Urbino del secondo dopoguerra, il più cordiale e motivato nella sua generazione di settantenni: si è dedicato insonnemente alle proprie ricerche estetiche e nello stesso tempo alla scuola ed agli studenti, nella sezione di calcografia della quale è stato direttore, dopo Castellani, Bruscaglia e Piacesi.
La sua formazione si è svolta nell’Istituto d’arte urbinate accanto a Carnevali, Ceci e Sanchini.
Nell’Accademia di Belle Arti di Urbino ha incontrato Concetto Pozzati e nei corsi di Salisburgo Emilio Vedova, ai quali ha fatto riferimento.
A Urbino è stato, negli anni settanta, parte operosa del Circolo Culturale del Convento San Bernardino e dell’ambiente universitario vicino a don Italo Mancini, Carlo Bo, Valerio Volpini, Graziano Ripanti, Fermino Giacometti, Silvia Cuppini e Cino Sassi. Dopo l’Accademia ha sviluppato il suo itinerario di incisore nell’approfondimento del rapporto uomo-natura ricorrendo alla fotografia ed anche alle installazioni per l’espletamento della sua attività pittorica. Ha sempre vissuto a stretto contatto con il mondo della grafica e dell’ambiente artistico – soprattutto la calcografia, la xilografia e l’editoria d’arte – partecipando alle principali rassegne d’arte e realizzando numerose personali (Palazzetto Baviera 1976 e 2004) anche con lo spirito artigianale di chi tira le proprie incisioni e frequenta il laboratorio del designer.
La ragione che lega il suo intervento grafico per “Sestante” dedicato all’emigrazione, la fotografia “L’abbandono” (1968) della copertina, opera inclusa anche nel Catalogo di Lodi (2009), si deve ad una scelta di cittadinanza e di civiltà, negli anni sessanta/settanta al tempo della crisi del mondo rurale, insieme a Gino Girolomoni del Monastero di Montebello delle Cesane poi di Alce Nero, partecipando all’ambiente di calda umanità promosso da Sergio Quinzio a Isola del Piano. La foto di Calavalle è la denuncia dell’abbandono del mondo agricolo, della disfatta della natura, dell’inquinamento agricolo con un’immagine esemplare dell’epoca, una falciatrice, nel nome dell’agricoltura biologica.
Gastone Mosci



